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Italooo…!

Italo Bottaccio se n’è andato.  Lui che in vita ha sempre brigato, con collegamenti di cavi e cavetti a dare corrente, energia e luce… s’è spento.  E’ un dolore sincero, ci mancherà. Vogliamo conservare però il lume di un ricordo affettuoso con un racconto di Bruno, più di altri suo amico fraterno e per almeno un tratto di vita suo ‘alter ego’. 


Chi perde un amico perde un tesoro

Oggi 10 aprile 2021 il mio caro amico Italo Bottaccio se n’è andato.

Siamo cresciuti insieme a pane e biciclette e tanti sogni; da più grandicelli, tanti di quei sogni si sono concretizzati sul lavoro che ci accomunava, gli hobby che coltivavamo insieme nel campo dell’elettrotecnica, della musica, della cinematografia amatoriale; a lui piaceva filmare tutto ciò che si muoveva in questo sputo di paese, che sotto sotto spesso riservava sorprese, bastava solamente cercarle nei suoi abitanti, che diventavano attori di sé stessi nel palcoscenico naturale dove avevano da sempre vissuto.

Abbiamo persino condiviso “l’avventura cinese” del 1993 durata circa un mese, dove siamo andati a fare gli elettricisti presso una conceria nelle vicinanze del Fiume Giallo.

A metà degli anni settanta proprio con Pino Bartocci e Italo realizzammo un documentario (in modo alquanto artigianale) sull’inquinamento del fiume Esino causato dalle concerie della zona.

 Abbiamo rincorso insieme la nostra spensieratezza con indosso le braghe corte e le ginocchia sbucciate tra i vicoli della Pieve, che oggi, in questo triste giorno non ti vedranno più, ma noi ragazzi di ieri, non ti dimenticheremo, custodiremo dentro di noi quell’arricchimento che solo l’amicizia vera, sincera può dare e che rimarrà indelebile e imperitura nel tempo.

Ciao Italo amico mio di tante avventure, sento di aver perso un po’ di me con la tua scomparsa, poiché chi perde un amico perde un tesoro. Ti ricorderemo sempre.

Bruno Bolognesi. Esanatoglia li 10 aprile 2021


Lo scalino pensante

Che ci fa un ex marinaio dai capelli bianchi come la neve dentro gli spazi angusti di un campanile, dove tre grosse corde di canapa fittamente intrecciate bucano tre solai di legno prima di agganciarsi alla Gertrude, alla Solidea e a Matilde? Tra una partita e un bicchiere di vino all’osteria, Fiore, il sacrestano, scandiva il Vespro con le campane della chiesa matrice ogni santo giorno, la domenica e in occasione delle feste ricordative, così venivano chiamate in quel paesino adagiato sulla valle del fiume, tempo fa. Tanto tempo fa.

Beh, per un uomo di mare come lui, abituato a governare la trinchettina, il velaccino o il trevo di maestra, manovrare con le gomene e le ralinghe, tirare la corda di una campana e farle intonare a suo piacimento un mesto rintocco funebre o una distesa domenicale a tre voci, era certamente un gioco da ragazzi. I bambini del quartiere alto, quello della Pieve, seguivano il campanaro ogni qualvolta varcasse la soglia della chiesa per recarsi nella torre campanaria. A volte accadeva che qualche raggio di sole riuscisse ad infilarsi nelle strette finestre marca piano del campanile e giù, giù accendessero il bianco immacolato dei capelli di Fiore. Era lui il personaggio misterioso. I bambini del vicinato ne erano convinti: lui, lo Spencer Tracy di Moby Dick e la balena bianca. Del resto quell’ancora stretta dalle spire di un serpente dalla lingua biforcuta, tatuata sul braccio destro, era la prova lampante che si trattasse di un uomo che aveva solcato mari e oceani in lungo e in largo. Un vero marinaio. I bambini, appoggiati alla parete di pietra della torre, osservavano in silenzio i movimenti ritmici del campanaro: e giù e su, e tira e molla; strappo, rintocco, pausa. Rintocco. Ogni volta che i muscoli del braccio destro s’irrigidivano gonfiandosi per lo sforzo, il serpente tatuato sul braccio allungava la testa e la lingua a due punte, come per fiutare e attaccare una preda. Italo e Bruno si erano spinti in un angolo tenendosi per mano. Domenico, più grandicello, non si era mosso di un millimetro, ma ogni tanto cercava conforto dai suoi compagni voltandosi verso di loro.

“Ma che cosa ci fa qui un marinaio, se non c’è nemmeno il mare?”, si chiedeva Bruno, grattandosi le ginocchia nude, seduto sulle scale della canonica. “Ma c’è la chiusa dietro la vecchia cartiera. Ci ho visto i grandi fare il bagno, qualcuno pescava i gamberi, altri nuotavano nell’acqua gelida. Un piccolo mare, mica l’oceano! Ma pur sempre acqua è.” Rispondeva Italo. Domenico, dall’alto dei suoi dodici anni, era giunto alla conclusione che la questione doveva essere studiata. Approfondita.

La piazzetta prospicente la chiesa era nettamente tagliata in due dall’ombra incombente che la casa del ciabattino proiettava sulle vecchie pietre del selciato. Il pomeriggio stava pian piano cedendo alla sera, una di quelle dolci, morbide serate estive. I tre inseparabili amici, raggomitolati sul loro scalino pensante, attendevano la chiamata per la cena, mentre il vecchio marinaio chiudeva a due mandate il portone della chiesa con una grossa chiave, che poi infilava nella tasca dei pantaloni di velluto pesante a coste larghe. Domenico, il capo, aveva sciolto la seduta e i tre si erano separati per andare a casa portando con loro il proprio tarlo, che nella testa insistentemente ripeteva ad ognuno: <Ma che ci fa un vecchio marinaio dentro un campanile di una chiesa, in un piccolo sperduto paesino lontano dal mare?> La notte avrebbe portato loro consiglio, tant’è che Bruno era riuscito a leggere tre pagine del romanzo Moby Dick di Melville, prima di cadere a capofitto tra le braccia di Morfeo. Domenico invece, leggeva di miglia marine e di rotte circolari e quadrantali su Selezione Reader’s Digest. Italo aveva direttamente rimandato a domani ogni approfondimento.

Pomeriggio maturo. Anziane signore del quartiere imbastivano la solita briscola, giocata su di un piccolo tavolo ricoperto da una tovaglia floreale; i bambini sciamavano tra i vicoli ombrosi adiacenti la piazzetta, rincorrendo la spensieratezza dell’età.

Fuori dal mucchio, in disparte, i tre inseparabili amici sedevano al solito scalino, concentrati su alcuni fogli di quaderno incollati tra loro. La mappa della cantina di Fiore l’aveva disegnata Domenico, in occasione di una recente visita con suo nonno, per delle questioni inerenti la mescita dei vini.

Corde appese a chiodi arrugginiti, vecchie casse di legno con strane scritte marcate a fuoco, barili grandi e piccoli riempivano la stanza; su una mensola si vedevano chiaramente alcune saponette avvolte su carta blu, con al centro una danzatrice sotto una palma bianca con su scritto –Samoa-.

Ogni dettaglio era stato utile per tentare di capire chi fosse veramente quel misterioso personaggio con l’ancora tatuata al braccio, che suonava le campane della Chiesa matrice come nessun altro.

Ancora trent’anni dopo, Il Comandante in Seconda del mercantile PANICAL Domenico Cappellini, ricordava i segni con il lapis tracciati su quei fogli di quaderno appiccicati con la colla di mandorle. I suoi amici li aveva lasciati in quello sputo di paese incastonato sui contrafforti dell’Appennino, mentre egli era lì, assorto su una carta nautica in una notte nera e minacciosa, sulla plancia di comando della nave, al largo del Capo di Buona Speranza.  

L’oceano Indiano cozzava con l’Atlantico, tanto da risucchiare e sputare la nave-cargo a suo piacimento. Leon, il timoniere, cercava di assecondare quelle forze immani della natura. Tra un calcolo della distanza ortodromica su due punti della rotta e un occhiata alla bussola di prora, l’Ufficiale pensava tra sé che Bartolomeu Dias, nel 1487, avesse avuto ragione nel chiamare quel corno estremo del continente africano: “Cabo das Tormentas”.

Leon aveva ricevuto dal comandante le coordinate azimutali e i dati sulla velocità di marea. Dieci gradi di barra a nord nord-est e la nave avrebbe messo la prora in direzione delle Isole di Capo Verde. “Vai così”. Aveva detto l’ufficiale al timoniere, prima di lasciare la plancia per il fine turno di quattro ore.

Tre giorni più avanti la nave mercantile del Comandante Cappellini bucava la sacca del Mediterraneo, entrando dalle Colonne d’Ercole, e via così fino a destinazione.

Ravenna era chiusa in una coltre di nebbia. Il pilotino accompagnava il mercantile alla banchina del porto per le operazioni di scarico. Prima di scendere dalla scala di poppa, Domenico aveva alzato il suo berretto bianco verso il cielo e ringraziato Santa Barbara. Cinque ore di treno lo avrebbero portato al paese. Era una sorpresa che voleva fare all’anziana madre che da tempo non vedeva.

Il taxi si era fermato sulla piazzetta della Pieve e Domenico era sceso dall’auto incartato nella sua divisa blu marina. Lo specchio di cielo, che galleggiava sopra di lui, era lo stesso, quello di sempre, incastonato tra il profilo imponente della chiesa matrice, la fontana dei conciapelli e la vecchia canonica. Le pietre erano le stesse, solo gli anni continuavano a costruire, giorno dopo giorno, la sua età. Domenico in quel preciso istante era al centro del suo mondo antico; quell’Ufficiale, con i suoi galloni dorati cuciti sulle spalline a volta di bitta, si trovava al centro dell’oceano fluido, mai fermo dei suoi ricordi, nel bel mezzo dei suoi affetti, che il tempo non aveva minimamente cancellato. La signora Angiolina, la figlia di Fiore il campanaro, era appena uscita dalla chiesa e vedendo quell’ufficiale dalla divisa color carta zucchero, si stava chiedendo: “Chi sarà mai quel marinaio piantato in mezzo la piazzetta?

Dedicato a Italo

Bruno Bolognesi.

5 Replies to “Italooo…!”

  1. Anonimo ha detto:

    Bravo Bruno sei sempre caro in tutte le occasioni.
    Ciao Italo sei stato un grande amico di tutti noi di Piazza Panicale un amico della fanciullezza, della giovinezze e di sempre, resterai sempre nei miei ricordi.
    Giuseppina

  2. Claudio Taccucci ha detto:

    Con Italo perdo un amico ed Esanatoglia uno dei suoi grandi lavoratori. Senza aver completato gli studi aveva imparato da solo diversi mestieri: edilizia, idraulica, meccanica, elettricità, elettronica. Il padre muratore, la madre doveva occuparsi anche di una figlia nata inabile. Italo la amava e bestemmiava Dio per questi disgraziati. Perché era sincero e quello che pensava diceva. A parole  sembrava a volte brutale ma nascondeva un cuore tenero. E come molte persone buone non meritava soffrire così.
    Claudio Taccucci

  3. Anonimo ha detto:

    Lo tratteggi bene, Claudio. È vero, ha sofferto molto durante questi ultimi tempi. Ma, a dispetto delle eventuali malignità di qualche ‘benpensante”, posso garantire, almeno per quanto mi consta nell’averlo potuto verificare più volte e direttamente, che la famiglia che aveva creato e che gli si era creata intorno, e che lui ha amato e sostenuto, lo ha ricambiato amandolo e accudendolo.
    Non so immaginare quale migliore percorso avrebbe potuto riservargli la sorte senza quella presenza.

  4. Claudio ha detto:

    ciao ITALO, buon viaggio verso la Casa del Padre.
    Tuo fratello di latte

  5. Anonimo ha detto:

    Italo un amico di tutti che ci ha lasciato.
    Negli incontri di qualche anno fa si parlava delle corse in motorino e partite di ping.pong. I parrocchiani della Pieve lo ricordano per il lavoro fatto in occasione delle feste : (presepi, feste triennali, campane a festa)
    Un amico che non rivredemo più in paese ma lo ricorderemo nella preghiera al cimitero.

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