Santo Poro: chi era costui ?

I nomi dei luoghi possono essere anche capricci, astrazioni, descrittivi o immaginifici, sono elementi che ci raccontano molto più di quanto possa apparire a menti apatiche e distratte.  Illustrano i luoghi e le loro appartenenze, marcano il territorio; a volte ne hanno solo la presunzione e peccano nei risultati, mai comunque sfuggono al loro onere che è quello di rappresentare uno spicchio di mondo, frutto della visione che se ne ha.   Come ogni opera dell’uomo, sono soggetti a percorsi contorti, contraddittori, a esiti incerti.    

Nei tanti esiti strani della toponomastica si trova un po’ di tutto, stravolgimenti del parlato, errori di trascrizione, bizzarrie del caso, a volte la protervia di chi, legittimato o meno, impone nomi capaci anche di scatenare putiferi.

Diversi sono le stranezze anche nel nostro territorio.

Parliamo in questo caso di un luogo che, bene o male, rappresenta una sorta di simbolo esanatogliese, diciamo un luogo di rilievo che per posizione, assetto e attività ospitate, non passa certamente inosservato e che seppur con alterne glorie, ha fatto un po’ la storia sportiva e ricreativa del nostro paese dell’ultimo mezzo secolo.

 

Poro, fu Santo ?

Santoporo, o Santo Poro a celebrazione di qualche misconosciuto eremita votato alla povertà più assoluta (pórìttu…) ?  O c’è dietro qualcosa d’altro, magari meno esaltante e più pedestre, visto che in alcune occasioni si usa anche Santoporro o Monte Porro ?

un póru…
li pórri…

( è una vera fortuna che a nessuno sia venuto in mente di celebrare il luogo erigendovi uno di questi simboli …).

Ma allora, quale è l’origine di questo nome?

Cerchiamo di approfondire e…

…partiamo dal basso

Il tratto di strada che superata la chiesa della Madonna di Fontebianco sale verso l’Ajalta (la Jiarda), si imboccava superando il ponte di Fontebianco (o Fonte Bianco o anche Fonte Bianca), che ancora oggi attraversiamo e, lasciata sulla destra la strada di Fioretto, svoltava verso il fontanile di cui invece oggi non possiamo più godere ma di cui si conserva un progetto di recupero del 1863 non andato purtroppo a buon fine.

Era la fonte che dava il nome alla località e anche alla antica chiesetta poi inglobata nella chiesa del Cimitero.

Planimetria del progetto dell’Ing. Domenico Piergentili di Matelica – marzo 1863
Esecutivi del fontanile

La strada lambiva le rigogliose piantagioni di canapa lungo le anse del fosso e gli arativi del Piano della Madonna, inerpicandosi in salita con l’attuale tracciato fino a svalicare, per poi calarsi a dritta nel fondo di Chiusìa, a destra verso l’Ajalta e giù fino all’Acqua Salsa, mentre a sinistra svoltava per una strada che conduceva, con pendenza quasi uniforme, all’antica “Crucem Fagnani”, come dire ‘crocevia del farnio‘, più o meno l’attuale valico per andare a Collamato.    Lì si incrociavano anche le strade per Sant’Angelo, per Pian di Rosciolo e Vernale, probabilmente nell’antichità era segnalata da una grossa quercia (farnia o farnio), da cui il nome.

Nel Catasto Gregoriano della prima metà dell’800, quel tratto di strada descritto si chiamava ancora “Strada de li Còlli” perché diramandosi portava per l’appunto a quella serie di colline che degradano verso la valle del fosso di Collamato.   Col tempo anche quella antica denominazione s’è modificata nell’uso; ha aggravato l’accento e perso una “L” e con essa forse anche il senso, tramutandosi nell’attuale “li Cóli”.

 

Tra i colli che si susseguono in quella zona, Colle Fioretto, Colle Malvizzo, Colventolo e…, guarda un po’, colle San Polo (o Santo Polo) che altro non è che un diverso nome di San Paolo, “l’Apostolo delle genti”.  Questa trasformazione del nome è abbastanza usuale; basti pensare, oltre al celebre Sestiere San Polo di Venezia quello del Ponte di Rialto, ai vari comuni italiani che hanno questa denominazione (San Polo dei Cavalieri, San Polo d’Enza, San Polo di Piave) e anche, per restare nelle nostre Marche, a Monsampolo del Tronto o a Monte Cavallo, che fino all’unità d’Italia si chiamava Monte San Polo; tutti legati al culto di San Paolo.

Nel 1198 nel Privilegium di Papa Innocenzo III a favore del Monastero di S.Angelo infra Ostia tra le tante chiese assoggettate all’importante Abbazia viene indicata ”Villam de Clusio cum Ecclesia S.Pauli eiusdem Villae” (“Villa di Chiusìa con la chiesa di San Paolo della villa stessa“).  Non abbiamo fin qui reperito altre fonti che confermino l’intitolazione a San Paolo della Chiesa di Chiusìa che ancora conserva una sua dignità di edificio di culto, nonostante da qualche secolo ormai sia stato utilizzato come fienile e rimessa di attrezzature agricole.

 

Ex Chiesa di San Polo di Chiusìa

 

Non sappiamo di più dai catasti del 1400, in cui vengono riportati i nomi di alcuni di questi colli ma manca qualsiasi riferimento al toponimo Santo Polo.  Ci soccorre però l’aver reperito un documento del 1549 in cui troviamo citata “coste santi Poli”, denominazione che compare poi anche nel Catasto Gregoriano.

 

Documento del 1549 in cui viene citata “coste sancti Poli

Mappa del Catasto Gregoriano con “Strada detta di S.Polo” e “Vetta del Colle di S.Polo”

 

A questo punto si sarà capito che proprio qui risiede l’arcano di quello strano nome, ormai consacrato dall’attività motocrossistica (che però usa la denominazione “Crossodromo Gina Repetti Libani” ma lo colloca ufficialmente sul “Monte Porro”) e, più recentemente, amplificato dalla nascente passione ciclocrossistica o bikeristica, che invece usa espressamente la denominazione “Santoporo” integrato dalla enigmatica “XC”. 

 

Santoporo…

Quel poro o porro che sia, che sia solo monte o anche santo (magari, operando nello stesso luogo, sarebbe opportuno che le due Associazioni trovassero un accordo) è quindi il frutto di un modifica operata nel corso del tempo che ha portato ad un travisamento, una sorta di trasmutazione alchemica a rovescio: dal nome importante, prezioso, direi sontuoso di San Paolo o San Polo, si è prodotto un toponimo un po’ insulso e fuori luogo, davvero povero (póru…), per i possibili fraintendimenti direi quasi offensivo.   Tecnicamente dovrebbe rientrare in quello che viene definito monottongamento, ovvero la contrazione di un dittongo in una singola vocale (“AU” di Paulus o “AO” di Paolo diventa “O”), unitamente a uno dei fenomeni del rotacismo (ovvero la “L” che diventa “R” come, per fare un esempio, nella liquirizia che per noi diventa rigulizzia…).

 

L’ultimo baluardo

A suggello di quanto raccontiamo, all’imbocco di quella che era appunto la “Strada detta di S. Polo” che attraversava il colle di San Polo alle cui pendici nella Villa di Chiusìa c’era la chiesa di San Polo, resiste una edicola di campagna proprio dedicata al Santo di Tarso di cui s’è presa recentemente cura Rosa Brugnola, che lì abita e per nostra fortuna venera anche il territorio cirostante che la ospita, in questo caso con rispetto e con la dovuta delicatezza (e in accordo con l’allora ufficio tecnico comunale).

 

Così qualche anno fa…

 

Così oggi…

 

un tempo Santo Paolo, ora Santo Poro…

 

Custodita nell’edicola, la statuina di Paolo, di Santo Polo, è stinta e un po’ sgrugnata, segnata forse dai torti subiti; brandisce come da iconica tradizione i suoi canonici attributi, il libro e la spada.  

Non gli sono però bastati per evitare che il suo nome venisse cancellato e con esso la sua venerazione e, addirittura, il ricordo stesso della sua presenza su quel colle.

Qualcuno gli renderà giustizia? Chissà…

Speriamo comunque che a nessuno venga in mente, in caso di ripristino, di cucinarlo in salsa moderna, ché gli equivoci son sempre in agguato; perché, solo ad esempio, a scegliere come immagine evocativa “il buco con la menta intorno“, non ci vuole nulla…:

 

P.S.  Con sommo piacere, so che in questo blog si avventurano anche lettori non esanatogliesi ai quali potrebbe sfuggire il senso di alcuni toni goliardici di queste righe che invece dovrebbero e vorrebbero esser serie.  Ma da noi la goliardia sembra aver un ruolo di rilievo; a volte impera.  Come diceva il buon Ferrini: “Non capisco, ma mi adeguo”. 

 

 

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