| la Storia, le vite

Un esanatogliese…. recuperato

Il casato dei Pongelli, insignito del titolo nobiliare di Conti di Montacchiello, è stato uno dei più ragguardevoli della nostra terra. Ragguardevole, per dire con pacatezza di chi, da solo e per diversi secoli, ha avuto in mano mezzo paese: concerie, cartiere, molini, bestiame, campi, prati e boschi. E anche tanta gente alle sue dipendenze, uomini e donne, intere famiglie per più generazioni.

Un nome che comparirà spesso nei nostri racconti. Alla storia ha lasciato diversi personaggi di rilievo. Anche qui il termine, volutamente neutro (si pensi altrimenti all’abusato illustre), serve ad indicare chi ebbe modo di elevarsi dalla piattezza dell’ordinarietà che era la regola. Sappiamo che l’istruzione era riservata a pochi e la possibilità di sviluppare talenti d’ogni genere era, salvo eccezioni, esclusiva dei ceti dominanti. Non è per consolare i dominati, gli esclusi, gli irrilevanti, ritenere che ogni personaggio di rilievo divenisse tale grazie anche a quanti direttamente o indirettamente (per lo più senza consapevolezza di ciò e comunque non per libera scelta) contribuivano affinché questi potesse emergere. Diciamo quindi che, in senso lato e in particolare in àmbiti circoscritti quali il nostro, un personaggio di rilievo è comunque, e non solo simbolicamente, patrimonio dell’intera collettività, perché anche nello squilibrio dei ruoli che alimenta le storture della Storia, riassume in sé uno sforzo che è collettivo, perché punto di convergenza di molteplici forze. Parlare di chi, emergendo, ha lasciato tracce (ci riferiamo ovviamente a tracce che giovano alla civile convivenza), può e deve servire anche per raccontare e capire chi invece ha attraversato questa terra in sordina. Anche per questo ci sentiamo stimolati a recuperare un personaggio di rilievo, un esanatogliese che… ci è stato sottratto.

Pongelli

Lo stemma di famiglia che campeggiava all’ingresso del Palazzo. Oggi è riposto in un cortiletto interno

Secondo lo Jura Familiae de Pongellis de S. Anatolia, manoscritto attribuibile forse a Luigi Pongelli vissuto intorno alla fine del ‘700, il casato inizia con Bartolo, nel 1360. Già nel  1386 sotto il nome di Ubaldo è raffigurato un blasone con una cometa sopra tre monti. Fu con Giovanni Paolo (1550 – 1621) Arcidiacono di Camerino, il quale “ebbe parte nel cambio fatto  dalla Santa Sede dal Ducato di Parma e Piacenza con quello di Camerino” che il blasone si arricchì d’altri elementi: “la casa Farnese concedette a lui e alla sua famiglia di inquartare nell’arma i gigli farnesiani“.
Per dirla nei termini codificati dell’araldica così divenne il blasone:

D’azzurro alla banda di rosso cucita e caricata di tre gigli d’oro, ordinati in banda, accompagnata in capo da una cometa ondeggiante in sbarra e in punta da un monte di tre cime all’italiana, il tutto d’oro.”

O se si preferisce….
Tre gigli di oro su banda di rosso posti nel senso della pezza su azzurro – cometa di oro posta in sbarra in alto a destra su azzurro – monte a tre cime di oro uscente dalla punta su azzurro
E questo era il simbolo:

                           

Nel 1602 si assiste alla divisione della famiglia tra Camillo e Sebastiano figli di Giovan Francesco: il primo diede origine al ramo che è di Luigi, estensore del manoscritto, e del Girolamo di cui parleremo, il secondo invece, cosiddetto “ramo della Contessa“, è quello che porta fino agli ultimi Pongelli che rimasero ad Esanatoglia fin verso la fine dell’Ottocento.

I due Girolamo

Dalla progenie originata da Camillo troviamo che Giovan Francesco (1715 – 1791), oltre al primogenito Ludovico che proseguirà il ramo, ebbe da Angela Fantini altri 14 figli tra cui spicca un Girolamo che nel manoscritto viene annotato come “somascocon a fianco l’aggiunta posticcia di una data che, scopriremo, è quella del suo Battesimo.

E così, quando in una breve scorreria sul WEB capita di incrociare un Girolamo Pongelli, religioso dell’Ordine dei Padri Somaschi, nonché scrittore e traduttore, non ci si può che rallegrare per l’aver ritrovato un personaggio interessante, un concittadino di rilievo, per meriti letterari, merce rara. Il Pantheon esanatogliese si rimpingua. Ma….

Le scarne notizie biografiche però lo allontanano subito da noi: lo danno nato nel 1755, da Giovanni Battista e Maria Giovanna De Filippi, a Rivera, paesotto nel Canton Ticino nei pressi della propaggine svizzera del Lago Maggiore (dal 2010 si è fuso con altri quattro comuni del Distretto di Lugano, ora è frazione di Monteceneri). Questo ci dice non solo la fulminea Wikipedia (seppure solo in lingua tedesca), ma anche il Dizionario Storico della Svizzera e altre fonti ancora.

Un controllo sui Registri dei Battesimi ci conferma che invece il nostro Girolamo (con tutta l’altra sfilza di nomi come era d’uso nelle famiglie ragguardevoli) nacque a Santa Natoglia e fu presentato al fonte battesimale della Pieve il 1° gennaio 1749, dal padre Giovan Francesco e dalla madre Angela Fantini.

Annotazione del Battesimo di Girolamo Pongelli

Una improbabile omonimia. I Padri Somaschi, lo diciamo senza irriverenza alcuna, erano (e sono tutt’ora) uno sparuto gruppo: nel 1650 risultavano essere in 486 (e alla fine del 2008 in 463).  Quindi no, non è possibile.

Vediamo allora di saperne qualcosa di più su questo Girolamo Pongelli uno e bino.

Già dopo i primi contatti stabiliti con il Municipio di Rivera (ora Monteceneri), viene la conferma (e il caso ha voluto proprio da parte di un funzionario comunale di nome Pongelli… sic!) che Girolamo era nativo di Rivera, e che da loro il cognome Pongelli era ed è abbastanza diffuso. Anzi i Pongelli svizzeri pensavano che il casato fosse originario proprio di quei luoghi tanto da essere incuriositi dalla presenza di una località Pongelli nel comune di Ostra Vetere (Ancona) dove si erano recati qualche tempo indietro alla ricerca di possibili collegamenti storici. Per quanto potesse loro interessare, Girolamo era nativo di Rivera, così sta scritto e così sia. Davanti all’evidente incrollabile certezza e alla conseguente mancanza di collaborazione per approfondire e dirimere la questione, non resta allora che rivolgersi direttamente all’Ordine dei Somaschi. Il contatto diretto è con l’Archivista Generale Padre Maurizio Broli a cui, fornendo i dati e i documenti della ricerca, si chiede di verificare.

Massima disponibilità e risposta quasi immediata. Insieme alla conferma di quanto circola in rete, anche l’ammissione che qualche problema esiste (“Esiste forse una omonimia tra un Pongelli ticinese e un Pongelli maceratese. Ma la questione va approfondita.” scrive). Emerge così, dall’Archivio Somasco che già negli anni ’30 del secolo scorso uno studioso, nel chiedere notizie sul Pongelli nativo di Rivera, non volendo, aveva sfiorato il problema facendo evidenziare la carenza di riscontri.

La questione poi pare non ebbe seguito e sebbene nel 1955 nella Rivista dell’Ordine dei Padri Somaschi (vol. XXVIII) lo storico P. Marco Tentorio a proposito di Girolamo Pongelli scrive che “Fu il più illustre somasco nativo di Camerino (Santa Natolia)”, lo stesso Tentorio (che per l’occasione si firma Tecarmo) nel 1980 in un articolo sul giornale di Como “L’Ordine” torna evidentemente a dubitare, chissà perché, indicandolo come “nativo probabilmente di Camerino”.

Ma la documentazione, sia quella in possesso dell’Ordine Somasco che quella da noi reperita, è più che esaustiva per una soluzione definitiva della questione. L’errore è evidente, seppure la sua causa non sia chiara: “sarebbe da accertare chi era allora… ” scrive Padre Brioli.   Sembra che il Girolamo svizzero sia un predicatore cappuccino, ma non è questione nostra.  Noi ora pensiamo a Girolamo Pongelli, Chierico Somasco e uomo di lettere di fine ‘700, santanatogliese…. recuperato, del quale abbiamo così ricostruito 

La vita

Dove, quando e da chi sia nato, l’abbiamo dunque detto.

Che non fosse destinato a recitare un ruolo da protagonista nell’amministrazione del patrimonio di famiglia, era condizione di nascita non essendo il primogenito maschio; il primo fu Lodovico, che sposò Marianna Tamburini e prese in mano le redini della famiglia proseguendo la progenie. Girolamo poteva attendersi solo un ruolo secondario (come lo ebbe suo fratello Michele a cui fu concesso di “lucrare” sulla Concia), oppure la carriera ecclesiastica: fu quest’ultima la scelta. Sarebbe stato facile, per uno della sua condizione, garantirsi un tranquillo canonicato, assicurarsi qualche comoda prebenda e campare al riparo di una tonaca qualsiasi. Assecondando una passione per la classicità maturata in un ambiente ricco ma anche colto (ne parleremo nel raccontare di altri personaggi della famiglia e di cosa riservasse ai suoi abitanti la biblioteca di palazzo), intraprese invece un percorso impegnativo: studio, intenso e mirato all’insegnamento.  Chissà se avrà anche influito l’omonimia con il fondatore dell’Ordine (San Girolamo Miani, che la Chiesa Cattolica venera come “Patrono universale degli orfani e della gioventù abbandonata“), o la presenza di un Collegio nella vicina Camerino, la scelta cadde sull’Ordine dei Chierici Regolari di Somasca (detti comunemente Somaschi) la cui missione era incentrata sulla formazione umana e cristiana della gioventù e in particolare dei poveri.

Appena quindicenne, dopo aver compiuto gli studi nel Collegio camerte dell’Annunziata, vestì l’abito talare dell’Ordine stesso e si trasferì a Roma per il periodo di noviziato, terminato il quale, nel 1766, passò al Collegio Clementino come Prefetto supplente. In questo, come in generale negli altri collegi i Padri Somaschi, il cui Ordine era sorto come “Compagnia dei servi dei poveri” si ritrovavano in realtà a curare prevalentemente la formazione dei giovani provenienti da famiglie nobili o comunque facoltose. Dal Clementino, passò al Collegio di Amelia dove assunse, appena diciottenne, l’incarico di “Maestro di umanità“, cominciando anche a manifestare una particolare inclinazione per lo studio della geografia, nella quale ebbe poi modo di distinguersi. Dopo una breve pausa a Napoli, il ritorno a Camerino dove, per un paio di anni, fino al 1773, fu “Maestro di Grammatica“.  Con lo stesso incarico trascorse altri due anni a Ferrara. Nel 1775 fu trasferito, di nuovo come “Maestro di umanità“, al Collegio Gallio di Como. Proseguì il suo girovagare con 6 anni nel collegio di Lodi, finché tornò a Napoli dove rimase dal 1782 fino al 1791. Qui intensificò la sua attività letteraria dando alle stampe diverse sue opere.

Il 17 febbraio 1791 morì il padre Giovan Francesco che nel suo testamento conferma il sostegno economico da sempre corrisposto (anche se, data la florida situazione economica della famiglia, questo appare piuttosto misurato) stabilendo che “[…] si debbano in solido annualmente pagare i livelli alli Due miei figli Religiosi, cioè P. D. Girolamo Sommasco e P. D. Giuseppe Maria Monaco Camaldolese sinché li medesimi naturalmente viveranno nella somma solita di scudi 12 annui per ciascuno […] “.

Nello scorcio di fine secolo, in piena temperie napoleonica, si fanno più incerte le tracce della sua presenza. Certamente fu a Camerino con funzioni di Preposito dal 1799 al 1810, anno in cui fu soppressa la SS. Annunziata, Casa dei Somaschi.

Fu in questo periodo che assunse anche incarichi di ancora maggior prestigio e di responsabilità nel suo Ordine. Per varie vicissitudini la Congregazione era rimasta priva di un Superiore Maggiore. Per risolvere il problema in quei momenti caotici di sbandamento del papato e dell’intero  mondo clericale, intervenne direttamente il Papa Pio VII che con Motu Proprio lo elesse direttamente a Preposito Generale dei Chierici Somaschi concedendogli facoltà di eleggere tutte le altre cariche capitolari dell’Ordine. Fu quindi sotto la sua reggenza che avvenne la chiusura definitiva del Collegio dell’Annunziata. Girolamo si ritirò in famiglia, tornò nella sua Santa Natoglia dove visse gli ultimi anni della sua vita. Lo troviamo registrato al primo posto nello “Stato del Clero“, una sorta di schedatura ordinata nel luglio 1812 dal Vice Prefetto del Regno d’Italia in cui venivano minuziosamente individuati tutti i religiosi presenti nel territorio di ciascun Comune.

Nel nostro risulta:

Numero progressivo: 1

Nome e Cognome:  Girolamo Pongelli Sacerdote

Età:  anni 63

Patria:   Santanatoglia

Se appartenente a qualche soppressa corporazione, e quale, o Prete secolare:  Sommasco nell’Annunziata di Camerino

Gradi occupati in Religione, e precisamente all’epoca della soppressione:  Superiore

Se è pensionato a carico dello Stato:   Pensionato a carico del Comune di Camerino

Osservazioni:   Di ottima condotta.

Nel nostro caso l’elenco era composto da ben 29 religiosi, tra preti e frati di vario tipo (escluso il clero femminile) di cui ben 22 originari santanatogliesi e va detto che la “ottima condotta” era riservata alla maggioranza di essi.   Non mancano tuttavia alcune segnalazioni come “Pigro nel dar esecuzione agli ordini  governativi“, riferito a un altro Pongelli, Maurizio, già Monaco Cistercense in Chiaravalle; oppure l’osservazione relativa al Sacerdote Giovanni Bartocci, Prete Secolare che risultava “poco contento del presente Governo“, cosa assai preoccupante perché egli era “Pubblico Maestro delle Scuole Elementari in questo Comune” . Infine, ricordiamo pure la situazione limite di Bonifacio Fantini, “Camaldolese nel soppresso Convento di Roma” che viene definito e bollato così: “Contrario al Governo, dimostrandolo ancora coll’irriverenza, e disprezzo delle Autorità Locali motivo, per cui si rende immeritevole che il clementissimo Sovrano lo faccia partecipe delle sue beneficenze col concedergli la pensione, che credesi, che lui tenti di avere”.

Nonostante le difficoltà del periodo, riuscì a concedersi, nel 1814, il piacere di una nuova edizione de Le nozze Pastorali di Madian, che fu stampato a Camerino da Vincenzo Gori. Passato il diavolerio napoleonico, dopo il Congresso di Vienna che provò a restaurare il mondo precedente, ebbe appena modo di impegnarsi ancora nel tentativo di far riaprire il Collegio dell’Annunziata. Non vi riuscì. La morte lo colse il 27 settembre 1816. Fu tumulato nel “Sepolcro Maggiore” all’interno della Chiesa della Pieve.

Le opere

Certamente la sua opera più rappresentativa può essere considerata “I coralli“, poemetto in 10 canti edito in Napoli nella stamperia Simoniana nel 1779. Fu data alle stampe in occasione delle nozze di Don Carlo Cantulano Stuardo duca di Napoli e Donna Maria Antonia Arafa dei principi della Roccella. Vi fu una seconda edizione nel 1780, presso lo stampatore Porcali sempre a Napoli.

Frontespizio della prima edizione

Rientra a pieno titolo nel genere letterario della poesia didascalica (o anche didattica) che, forte di antiche e prestigiose ascendenze (dai greci fino a Dante), si ripropose con una certa diffusione nel ‘700 con l’intento didattico di illustrare aspetti anche molto specifici della conoscenza scientifica, ammaestrando col ricorso al mondo del classicismo. Il genere era comunque avviato verso un inevitabile declino. A un secolo che aveva visto l’affermarsi dei lumi occorrevano ben altri linguaggi e riferimenti; altre mitologie s’addicevano a un mondo che cambiava in modo prorompente come fosse sospinto da quella nuova energia che col vapore cominciava a muovere fonderie e telai, e poi, in breve, avrebbe mosso battelli e treni. Il pensiero scientifico si apprestava a ricusare definitivamente ogni vecchiume espressivo.

Questo non diminuisce l’interesse per quel genere letterario (ciò che si pone alla fine di un’epoca spesso somma al valore testimoniale anche lo struggimento che ispira ciò che va sfiorendo) e quindi per il poemetto pongelliano che in quel panorama letterario si ritaglia un posto non secondario. Dell’opera se ne interessò infatti un critico e letterato d’eccezione, Ugo Foscolo che la utilizzò nella sua polemica con il poeta mantovano Cesare Arici. In un suo saggio critico (raccolto in “Opere edite e postume di Ugo Foscolo“) egli pone l’opera del Pongelli a confronto con il poema di Arici “Il corallo” (edito a Brescia nel 1810) rimproverando a quest’ultimo non solo un’evidente inclinazione al plagio, ma anche una scarsa vis poetica. Al contrario, reputa il Pongelli “lodevole per aver parimente ricavato da ogni periodo della storia de’ coralli un grado permanente di passione che si trasfonde ne’ lettori, corroborato con digressioni poetiche e filosofiche.”. Ne esalta addirittura l’incipit di cui riporta l’intera strofa:

Come il coral si formi, e di quai loghi
S’abbia, qual arte il pescator adopri
Per colmare le barche, e a quanti serva
L’alma produzione usi diversi,
Prendo a cantar.

Nel rimarcare l’efficacia dei versi si aggancia quindi, per una sua divagazione su un tema che noi oggi diremmo tipicamente foscoliano, e scrive che Pongelli è ammirevole “… quando c’insegna, che non un solo polipo, ma Del vecchio fondator figli e nepoti contribuiscono a fare una pianta di corallo, e che questi polipi riprodottisi in gran nunero escono fuori de’ paterni confini a fondar nuove sedi altrove, siccome fu uso presso gli antichi popoli: Quindi l’italo suol tante inondaro / Genti di rito e di parlar diverse / Che con ferro straniero il valor prisco / Estinsero, e i vetusti aurei costumi.

Nel 1792 venne edito a Roma, per i tipi della Calcografia Camerale “con magnificenza e sotto la protezione di Pio VI” il “Nuovo Atlante Geografico Universale” opera dell’insigne geografo, cartografo e incisore Giovanni Maria Cassini, anch’egli chierico somasco che affidò a Girolamo Pongelli la dotta introduzione all’opera che faceva il punto sulla situazione della ricerca e del pensiero scientifico del momento in campo geografico-storico.

 

Frontespizio Nuovo Atlante Geografico Universale

Comparve così, nel primo Tomo dell’imponente opera, la sua “Introduzione allo studio generale della geografia comprendente compendiose notizie: 1° della sfera e dei due globi celeste e terrestre; 2° dei termini generali della geografia; 3° dell’origine e progresso degli stati attuali della medesima; 4° del metodo tenuto pel presente atlante; 5° della navigazione degli antichi fino a noi, e delle scoperte onde per loro mezzo si è arricchita la geografia“. Pongelli vi profuse il suo sapere arricchito dalla puntuale conoscenza delle opere di altri studiosi europei.

Ricordiamo anche “L’uccellagione di Pietro Angelo Bargio volgarizzata”, un incompiuto poemetto cinquecentesco dell’umanista Piero degli Angeli da Barga, sull’arte di catturare gli uccelli, che Pongelli presenta come un “leggiadro poemetto il quale per la sua rarità meritava, a mio giudizio, il favore di una ristampa”. 

Argomento più futile, ma offre lo spunto per accennare a una passione tipica della famiglia, la caccia, argomento su cui torneremo quando si tratterà ancora dei Pongelli di Montacchiello e in particolare del gesuita Cataldo Ignatio Pongelli (1642 – 1699).

Nel periodo napoletano cura la traduzione dal francese dell’opera del letterato e oratore tedesco Christoph Christian Sturm (1740-1786), Considerazioni sopra le opere di Dio nel regno della natura e della provvidenza per tutti i giorni dell’anno” un trattato di storia naturale e di educazione della gioventù. Ne scrive anche la prefazione dove dichiara di aver fatto una “libera traduzione” non avendo rigorosamente rispettato l’originale e di essersene discostato “contornando il sentimento, o con aggiungervi qualche parola, che gli desse più di energia, e che potesse servire a meglio spiegarlo”. L’opera riscosse un discreto successo tanto è che ebbe ulteriori edizioni ( Venezia 1791, Roma 1815). Nella dedica della prima edizione, Pongelli mira alto lasciando intendere una certa confidenza con gli ambienti regali partenopei (certe dediche non potevano farsi a proprio arbitrio): “A Sua Altezza Reale Maria Teresa di Borbone Infanta delle Sicilie”. Niente di meno che la primogenita di Ferdinando I di Borbone Re di Napoli, allora appena dodicenne ma destinata nel giro di qualche anno, andando in sposa all’Arciduca Francesco d’Austria, a diventare Imperatrice del Sacro Romano Impero, poi Imperatrice d’Austria.

Sempre del periodo napoletano è un poemetto di 91 pagine in ottava rima, “Le nozze pastorali di Madian” (1782). In occasione delle nozze tra D. Fabrizi dei Duchi di Arcadia e Donna Virginia di Terra di Lavoro, a cui il poemetto è dedicato, Pongelli si abbandona al canto delle bibliche (e problematiche) nozze di Mosè con Sisara (che sarebbe poi Sefora), “figlia di Pietro ossia Raguele celebrate in Madian nell’Arabia Petrea sul Mar Rosso”. Poesia encomiastica e di occasione, come anche quella di un’altra opera edita nel 1783, sempre a Napoli: “Il Libano”, un canto pastorale scritto “in occasione che sua Ecc. la Sign. Pisacane dei Duchi di S. Giovanni ecc. vestì l’abito di S. Benedetto nel nobile monastero delle dame di S. Giovanni di Capua”.

Scrisse e diede alle stampe vari altri componimenti poetici di occasione, e lasciò vari manoscritti, fra i quali merita d’essere ricordato “Il Lario”, manoscritto inedito che abbiamo avuto modo di consultare alla Braidense di Milano dov’è parte del ‘Fondo Durini’ la cospicua raccolta di “dieci scaffali e molte casse” che il Cardinale Angelo Maria Durini (1725 – 1796) lasciò alla Biblioteca. 

 

E’ proprio al porporato lombardo che Pongelli dedicò il primo dei tre poemetti che descrivono, con consumata maestria e sovrabbondante ricorso a metafore mitologiche, l’ambiente storico-geografico dell’intero periplo del lago di Como (o Lario), “dove tutto a poetare invitava“.   L’opera risale al periodo tra il 1775 e il 1781 quando egli risiedette a Como e a Lodi ed ebbe modo di frequentare “la amenissima Villa di Mirabello” in cui il Cardinale amava circondarsi di artisti e letterati tra cui il Parini in una dimora che, rammenta ammirato Pongelli, era “oltre a molte singolari cose, di una preziosa suppellettile di rarissimi Libri arricchita“. 

Un passo che ci ricorda la passione bibliofila di Girolamo e, par di capire, di diversi altri membri della sua famiglia, dato che nel loro palazzo nei pressi della Pieve di Santa Natoglia sembra circolassero, nel corso di varie generazioni, volumi e documenti rari di cui oggi, ahinoi, non c’è più traccia.

Chissà che il futuro non possa restituirci qualcosa d’altro.

Per il momento si rallegri, chi vuole, d’aver recuperato la memoria di un concittadino illustre che, per indolenza e ignoranza, ma anche per come gira la giostra della Storia, nel breve giro di due secoli appena, s’era eclissata dalla sua terra d’origine.  

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