| la Storia, le vite

Carlo Milanuzzi

             UN  INDIZIO

Ho iniziato a interessarmi a Milanuzzi nel 1985 quando il livello di conoscenza della sua figura, nella terra che gli dette i natali, in questo consisteva:

   “Milanuzzi Carlo da Esanatoglia, poeta e musicista, maestro nella chiesa del suo convento a Venezia, Verona e Camerino ed autore di copiosa musica da Chiesa e da camera, assai rinomata nel tempo. (Azione fascista 25 agosto 1934)”.

[ Questa scarna indicazione contenuta in un manoscritto (privo, tra l’altro, di riferimenti cronologici) è stata la scintilla che ha acceso la curiosità facendoci intravedere la possibilità di fornire degna compagnia a Diotallevi di Angeluccio, nello scarno elenco delle persone illustri di questa nostra terra. E’ bastato poco a sincerarsi sulla rinomanza della “copiosa musica” prodotta da Milanuzzi; secondo tutti i dizionari di musica non solo è realmente esistito, ma ha anche composto opere di varia letteratura e, soprattutto, musica di particolare importanza. Nasce così l’interesse ed ispira una ricerca che, seguendo le fonti scritte, sparse per varie biblioteche (italiane e straniere), conduce sui luoghi stessi che lo videro attivo ed eclettico uomo d’ingegno.  Si ricompongono così i contorni di un esanatogliese del ‘600, un concittadino illustre…(e a noi) sconosciuto. ]

          IL  PERSONAGGIO

         Carlo Milanuzzi , nasce ad Esanatoglia (allora Santa Anatolia) da Milanuzzo e donna Felice, probabilmente intorno al 1590, e comunque non oltre il 1592, data da cui iniziano i Libri dei Battesimi e in cui l’annotazione della sua nascita non è stata riscontrata.

         Una famiglia di notabili, la cui presenza in Esanatoglia è attestata sin dalla seconda metà del ‘300 e che nel corso di tre secoli, fino alla fine del ‘600 (termine oltre il quale non figura più nelle fonti scritte, probabilmente per estinzione), ha sempre rivestito ruoli di rilievo nella vita pubblica locale: notai, amministratori, revisori del Catasto, commercianti.

Milanuzzo, figlio di Cristoforo notaio e legislatore degli Statuti Comunali del 1522, era un commerciante e dal suo matrimonio con Donna Felice nacquero, oltre a Carlo, altri quattro figli: Stefano, Venanzio, Francesca e Beatrice. Della giovane età di Carlo nulla sappiamo; possiamo solo immaginare, dati i suoi natali, che avrà patito meno di altri la vita grama e gli “eventi calamitosi” che costellarono la fine del secolo.

       Pessime erano infatti le condizioni di vita nello Stato Pontificio per le frequenti carestie, le ricorrenti pestilenze, il banditismo: il popolo minuto era sopraffatto dalla miseria, prezzo da pagare, oltre che agli avversi cicli naturali, al mantenimento di quella nobile casta parassitaria che, all’ombra di San Pietro, faceva e disfaceva a piacere le sorti del Papato. Una situazione di estremo disagio che raggiungeva il culmine proprio in zone periferiche e marginali quali erano le nostre. 

         Proprio negli anni in cui possiamo collocare la nascita di Carlo, si verificò una carestia che mise a dura prova le già fiaccate risorse della popolazione: l’anno 1589 e, ancor di più, il 1590, restarono probabilmente a lungo nella memoria degli uomini. Una di quelle carestie che ammantavano di lutto borghi e campagne: la terra, normalmente mai prodiga, sembrava ancora una volta essersi dimenticata degli uomini, cessando di produrre erbe e frumenti e coprendosi d’arido: con le viti e gli arbori da frutto, la vita stessa si isteriliva.

         Le riunioni del Pubblico Consiglio testimoniano dello smarrimento e dell’impotenza degli amministratori: non v’è verbale che non riporti notizia di quella “burasca de tempi cattivi“, che non si dolga “de tempi calamitosi“. Altro non si riusciva a proporre che una “recognitione de beccamorti” poiché “li poveri morono de fame“.  E’ così che, tra stenti e difficoltà varie, anche dopo superata la “burasca“, trascorreva la vita di gran parte degli uomini nell’ultimo scorcio del ‘500.    

    Diverso il destino del giovane Carlo che, vestito l’abito talare dell’Ordine Agostiniano (non sappiamo se nel locale Convento di S.Agostino – l’attuale S.Maria – o altrove), fu avviato agli studi, sicuramente fuori dagli angusti limiti locali.

Non possiamo sapere se fu autentica vocazione o la tradizione imposta alle famiglie di rango, ma immaginiamo la sua scelta ispirata dalla presenza in Santa Anatolia di un importante Convento Agostiniano e, soprattutto, dalla sua passione per la musica, influenzata dall’allora organista di S.Agostino, quel Fra Martino più volte lodato nei verbali dei Consigli Comunali e al quale, per il servizio reso con l’organo da poco costruito dal valente Baldassarre Palamino, la Comunità versava scudi 50: anno 1594.        

         Le prime notizie di Fra Carlo, desunte dalle sue opere a stampa, lo danno Organista e Maestro di Cappella nella Chiesa di Santo Stefano di Venezia nel 1615.

Venezia – Chiesa di Santo Stefano
Venezia – Chiesa di Santo Stefano

          VENEZIA

    Nel periodo in cui, un po’ in tutta l’Europa cristiana, ardevano le lotte tra cattolici e protestanti delle varie confessioni, il governo di Venezia, dove il libero commercio procurava tolleranza a tutte le credenze e a tutti i culti, lasciava maggiore libertà d’espressione. Una liberalità che ne faceva la capitale incontrastata delle arti e della musica in particolare; nella Basilica di San Marco era Maestro di Cappella Claudio Monteverdi, uno dei più importanti e celebrati musicisti del tempo e col quale Milanuzzi ebbe modo di collaborare. Una delle testimonianze più preziose di questa collaborazione è il brano “Sì dolce è ‘l tormento” che ancora oggi, grazie anche ad interpretazioni di musicisti e cantanti prestigiosi, risulta deliziosa.

Claudio Monteverdi – Carlo Milanuzzi “Si dolce è ‘l tormento“- da “Quarto scherzo delle ariose vaghezze” di Carlo Milanuzzi (Venezia 1624)

    La città lagunare pullulava di iniziative culturali, cenacoli letterari, accademie varie, che hanno riscontro nella vastissima produzione editoriale che ci resta. E’ qui che l’indole artistica di Carlo prende corpo e ha modo di manifestarsi in poliedriche attività. Venezia sarà la sua patria artistica, la città in cui visse e operò per più di vent’anni, salvo alcune pause che lo videro peregrinare per altri conventi agostiniani.

         Nel 1619 lo troviamo infatti a S.Agostino di Perugia; nel 1622 a S.Eufemia di Verona, sempre con il medesimo incarico di Organista e Maestro di Cappella.

         E tuttavia la prima testimonianza sull’altro suo interesse, la letteratura, viene proprio dal suo paese di origine: il 21 febbraio 1616, il Pubblico Consiglio della Terra di S.Anatolia gli concede (per la verità con una votazione contrastata: 26 sì e 20 no; ma è risaputo che in patria i ‘profeti’ stentano ad affermarsi…) 25 scudi per altrettante copie da lui donate del suo poema in ottava rima Vita et morte di S.Anatoglia.

1616 – Il Consiglio Generale della terra di Santa Anatolia delibera l’acquisto dell’opera di Milanuzzi

Per ottenere questo riconoscimento da parte della sua comunità, si dovette comunque muovere addirittura Fra Lorenzo di Santa Fiora, Priore del Monastero di Recanati, dove in quel periodo evidentemente Milanuzzi si trovava, con una lettera ai Priori di Santa Anatolia con cui perorava l’acquisto.

Lettera di Fr. Lorenzo da Santa Fiora Priore del Convento di Recanati

         Maggior fortuna cominciò invece ad avere in Venezia, dove nel 1619 iniziò la pubblicazione delle sue composizioni musicali che in un primo tempo furono incentrate su temi sacri (Vespertina Psalmodia a 2 voci, Litanie della Madonna a 4 e 8 voci, Armonia Sacra di concerti), ma successivamente lasciarono spazio ad argomenti profani.

         Dal 1622, fino al 1643, iniziò la pubblicazione dei nove libri intitolati Scherzi delle Ariose vaghezze commode da cantarsi […] nel clavicembalo, chitarrone, arpa doppia et altro simile stromento, che costituiscono il corpus più imponente e più interessante della sua produzione musicale. E’ soprattutto da questa produzione che nasce l’apprezzamento per la sua opera, testimoniato dagli studiosi moderni (Schmitz, 1914; L.S.Astengo, 1929; F.Testi, 1972; A.Della Corte, 1983) con lusinghiere affermazioni sull’importanza della sua interessante personalità, soprattutto riguardo ai successivi sviluppi della cantata. Fu questa la forma d’espressione musicale destinata al canto che, creata dai maestri italiani in contrapposizione alla sonata, caratterizzò l’evoluzione della musica nel Seicento.

         Del periodo veneziano è anche la massima espressione della attività letteraria di Milanuzzi, indubbiamente minore, sia in qualità che in quantità, a quella musicale,  ma utile per comprendere i tratti salienti della sua figura di artista collocata a pieno titolo nelle vicende culturali del suo tempo.

 Ere quello il periodo di massima diffusione delle Accademie; nate nell’Italia del Rinascimento, allorché le libere riunioni di umanisti ed artisti si trasformarono in organizzazioni regolari, caratterizzarono la vita culturale del periodo, trasformandosi però, nel loro eccessivo proliferare, in consessi di vana pedanteria con una sempre più accentuata inclinazione verso il facile, il superficiale (da qui il senso deteriore rimasto al termine). Divennero, in molti casi, centri di vane chiacchiere e di mutuo incensamento, di esercitazioni retoriche e di versificazioni di notevole vacuità. Si diedero appellativi o titoli, bislacchi o burleschi, talvolta con intenzione ironica, o per segno di vera o falsa modestia (Accesi, Acerbi, Animosi, Eccitati, Illuminati, Intronati, tanto per citarne alcuni).

E proprio di una Accademia troviamo membro il nostro Carlo nel 1625, quando a Venezia, presso l’editore Sarzina, pubblica la commedia pastorale Giacinto Felice e Amarilli consolata e la corposa raccolta di Madrigali, Sonetti, Idilli e Scherzi Arpa Amorosa: l’Accademia dei SS.Vigilanti di Treviso, dove egli si fregia del ‘nome d’arte’ Il Terreno. Queste due opere disvelano un carattere particolarmente mondano, effettivamente terreno che, almeno all’apparenza, mal si conciliano con la sua professione di fede.

         Una discordanza che era stata già rilevata da Emil Vogel fin dal 1892 nella Biblioteca della Musica Vocale Italiana di genere profano stampata dal 1500 al 1700 anche a proposito delle Ariose vaghezze, quando, calcando eccessivamente la mano, afferma che “le oscene poesie che trovansi in questa operetta (..) non erano per certo confacevoli alla professione religiosa del compositore; per cui è lecito il sospettare ch’egli menasse vita piuttosto scolaresca anzi che da frate“.

         Ciò era indubbiamente frutto d’una inclinazione artistica particolare che egli stesso, più pacatamente, ammette in un Discorso de l’Auttore à gentilissimi musici che si legge in fine dell’opera VIII Delle Ariose Vaghezze; una tendenza naturale del suo animo coltivata tanto assiduamente da anteporla a volte a studi più degni: “La naturale inclinatione del mio ingegno, il cui genio negar non posso che nel delitioso e piacevole giardino della Musica e della Muse si trattenga volentieri, e che non sia dell’uno e dell’altro trattenimento tanto invaghito che tralasciati (così vuol chi puole) gl’altri studi più gravi par che solamente di questi si nutrisca.“.

         Questo contrasto tra la sua attività artistica e i suoi obblighi religiosi, sembra farsi più stridente nelle sue opere poetiche, dove troneggia il concetto d’amore, non solo platonico, anche se non viene mai oltrepassato il limite del frivolo. Sono molte le dame (belle, brutte, persino orbe di un occhio) ch’egli “tocca” con la sua Arpa Amorosa, ma soprattutto la sua “dolce Lilletta” a cui son dedicate gran parte delle composizioni; son toccamenti per lo più garbatamente frivoli, ma che talvolta, nel trasporto passionale, tracimano in “baci e amplessi mortali” o in riferimenti, nemmeno tanto velati, a una sensuale carnalità come nel caso del madrigale “Seno di B.D.“:

..Quelle due Mamellette, entro à quel seno,

Sono d’Amor orgogliosetti Scogli:

O mia felice sorte

Quel seno haver per mio sepolcro in Morte,

Che sarei lieto à pieno,

Ne cessarei di pregare

Fra que’ scogli perir di sì bel MARE.

     O ancora, nel madrigale titolato Armonia di baci:

Poiche Lilla cotanto

ti nodrisci, e compiaci.

E del suono, e del Canto,

Facciamo uniti un Armonia de Baci.

Sia la tua Bocca con la mia d’accordo.

Il Musico Arpicordo,

I Saltellanti Avori, i bianchi Denti;

La Man poi, che distingua

Il grave dall’acuto in dolci accenti,

Sia la tua, la mia lingua:

Ch’ambi scherzando audaci

L’una sia tal, che l’altra insfidi à i Baci.”           

E si prosegue così, sia nei madrigali sia nei sonetti, tra “doglie d’amor” e “lacrimosi affanni“. Verrebbe da pensare ad un libertino frequentatore di tresche amorose, ad un esagerato cultore delle beltà femminili, un anticipatore quasi di quel Casanova che, appena un secolo più tardi, caratterizzerà la vita dei salotti veneziani.

         Ma prosegue la sua Arpa Amorosa, lasciando questo “fatuo s

olco” per rigettarsi in argomenti più confacenti ad un religioso, non prima d’aver chiarito il senso della sua poetica profana con un sonetto che merita d’esser riportato per intero:

S’ISCUSA L’AUTTORE, DICENDO, PIU’ PER ALTRI, CHE PER SE MEDESIMO HAVER CANTATO IN QUEST’ARPA AMOROSA.

Ohimè fù grave il fallo; e questi Accenti,

Che follemente i’ sparsi in queste carte,

Quanti intesi gl’havranno in quella parte

Ove han gl’Amanti i lor pensieri intenti?

E pur, ben sallo ‘l Ciel, ch’i miei Concenti

Furon bugiardi, e menzogniera l’Arte,

Lacrimoso m’infinsi, e mai fur sparte

Per Amore da quest’Occhi, acque dolenti.

Finte le pene fur; falsi i martìri;

Fallace ‘l mio gioir; vano ‘l dolore,

Mentitrici i miei risi, e i miei sospiri.

Apro quì finalmente à tutti ‘l Core,

Che sol per sodisfar gl’altrui desiri,

Cantai d’Amor, ma non conobbi Amore.

Con questa esplicita dichiarazione, posta a conclusione della prima parte della sua opera, tutto sembra doversi ricondurre ad una mera esercitazione letteraria, ad un gioco poetico il cui contenuto era frutto di necessità espressive e del semplice intento di “sodisfar gl’altrui desiri“. Tenuto conto delle composizioni che seguiranno, nulla vieta di accettare per sincera questa dichiarazione: quasi che la licenziosità altro non fosse che licenza poetica.

 Bisogna tuttavia osservare che il fatto stesso di coltivare un tal tipo d’argomenti e la padronanza usata nel trattare le futilità e le leggerezze delle passioni amorose, lasciano intendere una particolare frequentazione di ambienti ove tali passioni prosperavano. Ambienti che, è facile supporre, eran più vicini al mondo artistico delle Accademie che a quello dei conventi.

         Pertanto la figura di Carlo Milanuzzi viene così a essere segnata da questo contrasto apparentemente insanabile, che se pur si risolve a favore del suo essere religioso, non cancella del tutto l’aspetto ‘mondano’, vivificando ancor più il nostro interesse per la sua personalità.

         Ridimensionata quindi la sua poetica ‘profana’, l’Arpa Amorosa continua con un dolente Idillio: Le lacrime in morte di sua madre. Questa composizione in 45 ottave che ci fornisce anche alcuni tasselli della sua biografia: la morte della madre, Donna Felice, avvenuta prima del 1625, aveva seguito non di molto quella del padre (“Piansi, non è gran tempo, il PADRE estinto […] “). Altra nota autobiografica, riguarda una delle sue due sorelle divenuta Suora nel Convento di S.Margherita di Sassoferrato col nome di Suor Felice Nicola.

         L’ultima parte del libro, dal titolo “Le Devozioni“, tocca poi con profonda ispirazione vari temi sacri (“Già fui d’Amore, hor di GIESU’ son Cigno..“).

Tra i vari sonetti, ve n’è anche uno dedicato a San Cataldo: Offerisce un Core in voto nella Chiesa di S.Cataldo Arcivescovo di Taranto, Protettore miracolosissimo di se, e della sua Patria, oggi inciso in una lapide collocata all’esterno della Chiesa dell’Eremo al Monte Corsegno.

Altra opera pubblicata nello stesso anno sempre a Venezia, per i tipi dell’editore Giacomo Sarzina, è la commedia pastorale (ovvero Raggionamenti Pastorali come definiti nel frontespizio) Giacinto felice e Amarilli consolata.

       Nello stile dell’opera bucolica, in auge a quei tempi, Milanuzzi in questo scritto ‘ragiona’ sull’amore, traendo spunto dalla storia della reciproca passione del pastore Giacinto e della ninfa Amarilli; una passione contrastata dalla perfida dea Diana a cui la virtù di Amarilli era consacrata.

         Ma l’intervento del dio Pan e di Imeneo divinità degli sponsali, con la finezza dei loro “raggionamenti” sulla necessità di non contrastare le umane passioni, risolve tutto e tutto conclude nelle trascinanti note del coro di “Amor trionfante“.

         Questa è l’ultima delle opere (di cui siamo a conoscenza) a carattere non religioso; dopo Giacinto felice e Amarilli consolata la poetica di Carlo Milanuzzi toccherà solamente argomenti di ispirazione sacra.

         Già nel 1626, a integrazione della seconda edizione della Vita della Beata Chiara di Montefalco di Fra Paolo Frassinelli, Pubblico Teologo nell’Università di Bologna, Milanuzzi pubblica, presso gli Imberti di Venezia, un Hebdomadario spirituale da essercitarsi ad honor della B. Chiara.

La produzione musicale intanto, mentre egli assumeva nuovi incarichi in vari altri conventi, si arricchiva di ulteriori composizioni e relative pubblicazioni del ciclo delle Ariose Vaghezze.

Dopo Perugia e Verona, nel 1629 lo troviamo per un breve soggiorno nel Convento del suo Ordine a Finale Emilia (oggi provincia di Modena), per poi tornare, per un altro breve soggiorno, di nuovo nella città scaligera.

         E’ dello stesso anno la pubblicazione (presso l’editore Vincenti di Venezia) delle Messe a 3 voci concertate,in cui il Milanuzzi si dice “Maestro a Verona”.

         Nell’avvertenza posta all’inizio della prima edizione (fu poi ristampata nel 1636), il Nostro, forse esasperato dalle critiche che lo accompagnavano, non sappiamo se per invidia o per quale altro motivo, risponde con una autodifesa che ci mostra un carattere caparbio e ben consapevole delle sue doti, ricordando “ai malevoli” che già molto aveva scritto e che le sue opere non restavano… fondi di magazzino.

[…] Dite loro che facino tanto loro, che assai haveranno fatto quando nell’Età in che io mi ritrovo, haveranno tanto scritto e tanto stampato quanto sin’hora ho fatto io.

         Se poi le mie Opere sieno Opere ò scartafogli, ne lascio il giudizio a’ vertuosi, i quali hanno pur voluto esser così cortesi alle mie fatiche, che non le hanno lasciate riposar troppo nelle librarie, rispogliandole della Veste della Polvere, per vestirle del Manto della Gratia loro“.

         Quindi continua con una sfida: “Et è vero che hò stampato Opere di pochi fogli, perché hò hauta sempre la Borsa di pochi soldi; se questi tali mo’, che brontolano si sentissero di farmi un’opera di Carità col pagarmi le Stampe, sappiano, che mi ritrovo di compito al presente. […]”.

         E qui cita una serie di composizioni pronte per le stampe, che resteranno però inedite.

Un nuovo periodo di crisi era però in arrivo.

Nel 1630 si scatenò a Venezia la terribile peste, mietendo un gran numero di vittime: il 15 agosto, 24.000 persone lasciano la città per rifugiarsi nelle ville e nei borghi dell’entroterra; le cronache del tempo attestano che i becchini, tristemente riconoscibili dalla casacca gialla con una croce verde, diedero sepoltura a 14.465 morti soltanto nel mese di novembre.

         L’epidemia prostrò per vario tempo le resistenze della Serenissima.

         Dopo una fase di calma durante l’inverno, nel 1631, “spirando ostro e scirocco“, si ebbe una ripresa della mortalità.

E’ in quel periodo, forse proprio a causa della peste, che Milanuzzi lascia Venezia per una destinazione che non conosciamo.

         Continuarono intanto ad essere stampate le sue opere: è del 1630 il VII Libro delle Ariose Vaghezze per chitarra spagnuola, e nel 1632 viene pubblicata un opera in prosa sul miracolo dei pani di San Nicola da Tolentino (De Miraculis paniculorum S.Nicolai, che sarà poi tradotto in francese ed edito a Lione nel 1641 con il titolo di Traitté des miracles du pain benis de St. Nicolas de Tolentino).

Lasciata Venezia, troviamo Milanuzzi di ritorno nella sua terra d’origine.

         Nel 1636 è infatti chori magister nella Cattedrale di Camerino, città in cui pubblica, nell’anno successivo, la sua ennesima fatica letteraria di carattere sacro:

Sette pungenti stimoli posti a’ fianchi del Penitente, commentario in ottava rima dei Sette Salmi penitenziali di David.

         Il periodo di permanenza in Camerino gli consente di riallacciare i rapporti col suo paese natìo.

         Lo troviamo infatti, nominato dal Pubblico Consiglio di Santa Anatolia il 21 febbraio 1638 (stavolta all’unanimità e senza contrasti), quale Predicatore per la Quaresima.

         Questo ci consente di trattare un altro importante aspetto della sua figura, che abbiamo fin qui tralasciato: egli è infatti indicato nella Bibliographia Augustiniana del Perini, oltre che come “musicus” e “poeta“, anche come “orator“.

         E che dovesse essere un abile oratore, si può presumere sia dalla disinvoltura della sua penna sia dalle testimonianze che lo attestano “Predicatore Agostiniano” e “fine dicitore”.

         Dopo un breve periodo di permanenza in patria, il suo carattere irrequieto e bisognoso di vita pulsante, lo ricondusse di nuovo in Veneto, dove nel 1642 riprese il suo ufficio di Organista e Maestro di Cappella nella Chiesa di S.Eufemia in Verona (si immagini una chiesa ad una sola navata, capace di ospitare circa 4 mila persone…).

Le ultime testimonianze certe sulla biografia di Milanuzzi, che ci provengono dalle sue pubblicazioni, sono del 1643, quando a Venezia viene dato alle stampe il Nono libro delle Ariose Vaghezze e la sua op. 21 Concerto sacro de Salmi intieri.

In quell’anno Carlo Milanuzzi, poco più che cinquantenne, sembra defilarsi dalla frenetica attività che aveva caratterizzato la sua esistenza; si ritira dalla spumeggiante vita cittadina, nella quiete della Chiesa di San Mauro di Noventa di Piave (un piccolo centro allora nella Diocesi trevigiana, oggi in provincia di Venezia.

         Qui si perdono sue notizie, anche se è di questo periodo la pubblicazione a Venezia per lo stampatore Alessandro Vincenti, dell’ultima opera di cui siamo a conoscenza: Compieta intera concertata con le Antifone, e Litanie della Beatiss. Vergine Madre di Dio, da cantarsi in organo, a una, due, tre, e quattro voci, op. 23 del 1647.

Possiamo solo ipotizzare ch’egli trascorse a Noventa di Piave  i suoi ultimi giorni, forse immerso, come lo fu sempre, nel giardino delle Muse, un luogo di incantamenti poetici che, se in alcuni casi lo condusse fuori dell’hortus sacer, certamente gli consentì anche di librare alta la sua ispirazione religiosa.

         Restano le sue opere, e soprattutto la sua musica che, secondo recenti acquisizioni musicologiche, costituisce una importante tappa nell’evoluzione di quest’arte.

Claudio Dall’Albero, Carlo Milanuzzi da Santa Natoglia – Musica Sacra (Prefazione di Dinko Fabris – Note biografiche di Pino Bartocci), Rugginenti, Milano, 2009

[…] Figura estremamente poliedrica, Milanuzzi compose e pubblicò una larga messe di lavori vari (messe, mottetti, salmi). Nel campo della musica profana contribuì invece con grande incisività alla nascita del genere dell’aria solistica e della cantata, pubblicando quasi duecento brani che distribuì in nove libri tutti recanti il titolo Le Ariose Vaghezze […] testimonia del fatto che la sua musica era ampiamente conosciuta , che godeva di larga circolazione e che si “vendeva bene” tanto da rappresentare, al tempo, un vero fenomeno editoriale. In. contrasto con la popolarità che la musica di Milanuzzi ebbe a godere quattrocento anni fa, quella stessa musica, è però pressoché sconosciuta al pubblico odierno. Questo CD è infatti il primo evento discografico al mondo interamente dedicato alla musica di questo compositore e con la sua pubblicazione speriamo di togliere da un ingiusto oblìo uno dei più significativi compositori italiani della prima metà del Seicento.

Gian Luca Lastraioli – Cappella di Santa Maria degli Angiolini (tratto dalla presentazione del CD)

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