La Via del Rosario, la croce, le vite

A San Cataldo, una passeggiata di rito ma non rituale, fate voi…

Il Vescovo

Nel 1959, Mons. Antonio Giordani, Arcivescovo Titolare di Mindo, Arcivescovo Titolare di Larissa di Tessalia, Assistente al Soglio Pontificio, Canonico – Camerlengo di Santa Maria Maggiore (Esanatoglia 1877 – Roma 1960), ritenne di onorare il culto di San Cataldo, comprotettore della sua patria, promuovendo e finanziando l’apposizione di una croce su all’Eremo di monte Corsegno. 

Niente di straordinario in un luogo sacro, se non fosse che su quell’opera s’incontrarono due personalità di spicco, due ego di alta caratura: l’alto prelato committente e il progettista incaricato, l’ingegnere Giulio Pansironi.

Del primo, figura di spicco della Chiesa italiana nel periodo delle due guerre mondiali e nel ventennio fascista ad esse tragicamente collegato come effetto e causa, ci ripromettiamo di parlarne a parte e per esteso.

Mons. Antonio Giordani

L’Ingegnere, invece…

L’ingegnere

Come progettista del Monumento ai Caduti di Esanatoglia, ne “La guerra di Lao” così lo avevo ricordato:

L’ingegnere Giulio Pansironi, la cui genialità nel concepire strutture, anche complesse, non sempre era pari all’attenzione nel valutare l’esuberanza talvolta anche invadente delle sue creazioni (basti pensare alla ’croce – faro’ con cui, di lì a qualche anno, avrebbe stravolta l’austera e plurisecolare quiete dell’Eremo di San Cataldo), aveva accolto con piacere l’incarico di progettazione. Romano, ma di madre nativa di Esanatoglia, vi si era profuso a capofitto con tutto il suo repertorio mistico che ben si adattava allo scopo. L’estremo sacrificio, la vita di tanti giovani offerta alla patria: non poteva esserci migliore occasione per sciogliersi nella poetica del martirio attraverso i temi spirituali notoriamente a lui cari.”.

Questo, era per “lu Munumentu”; sulle circostanze invece della realizzazione della “croce-faro”, è lo stesso Pansironi che ci fornisce notizie di prima mano nei suoi articoli pubblicati in sette parti (nn. 2-3-4-5-6-7-8 febbraio-agosto 1989) sul periodico mensile religioso di Roma “Novissima Verba”, di cui fu Direttore Responsabile dal 1986 al 1992.  Il racconto, che intreccia la biografia del Vescovo Giordani con un sunto della storia di Esanatoglia dalle origini al presente (peraltro in molte circostanze piuttosto fantasiosa e imprecisa), com’era nel suo stile è marcato da un fideismo assai accentuato che lo porta, in particolare nell’affrontare l’attualità, a posizioni spiccatamente di parte, riducendo di molto l’attendibilità di quanto afferma.  

Basti pensare, per esempio, a come liquida i fatti del 1° aprile del 1944 in Piazza Cavour: “Il paese soffrì l’incubo della reazione del presidio tedesco alla morte di un ufficiale e due soldati in seguito ad una azione partigiana. […]; riferendosi ad una sua cugina, Eugenia Storani, chiamata a fare da interprete coi militari tedeschi, ella “non poté impedire la fucilazione per rappresaglia nella Piazza di S.Maria, dove una lapide ricorda il sacrificio, di tre paesani nelle cui case erano stati rinvenuti materiali alleati.

Versione con dati errati (due furono i tedeschi, entrambi sottufficiali, e nessun ufficiale; due i fucilati in piazza, perché Alberico Pacini fu ucciso altrove) e con notizie che divergono da tutti gli atti e le cronache dei fatti (materiale alleato trovato nelle case degli uccisi? mai alcun cenno da parte di quanti raccontarono gli eventi come testimoni diretti).  

Esagera e riferisce dati errati anche quando ricorda le elezioni amministrative del 1959, in cui egli era candidato nella lista della “Torre Civica”, attribuendosi il maggior numero di voti di preferenza e quindi destinato ad essere Sindaco, carica a cui, a suo dire, rinunciò per poter proseguire il suo lavoro a Roma.  Non è così, fu il terzo nelle preferenze, dopo Lorenzo Gagliardi e Giuseppe Ottolina.  Ma sono dettagli. Forse lacune della memoria, forse compilazione frettolosa.  Comunque, al netto di ciò e del suo oltranzismo religioso, fu coltissima e amabile persona, con cui ebbi modo di fare conoscenza e più volte colloquiare. 


Grandi personaggi, grandi croci

Grandi personaggi, grandi croci: così ci vien da dire, parafrasando il titolo di un noto libro di Cesare De Marchi ‘Grandi cattedrali, grandi peccatori‘.  Nei fatti, l’effetto combinato delle rispettive vigorose personalità dei due attori principali, produssero una croce assai grande, strutturalmente ardita e in più luminosa, tanto che si potesse scorgere da molto lontano di giorno e di notte.

Ciò comportò la costruzione di quel pilastrone in muratura e cemento armato che sovrasta l’Eremo e sorregge il massiccio metallico simbolo cristiano; il tutto produce una sorta di umiliazione delle antiche strutture, fatte di pietra e compenetrate nella roccia che strapiomba sul versante; era quella della pietra, naturale e lavorata, l’immagine plurisecolare del luogo. 

All’epoca, l’intervento così imperioso avrà anche entusiasmato.  Ancora oggi c’è chi si entusiasma.  Però, con quel grado di sensibilità diversa che un po’ nel corso degli anni si è fatta strada, si levano sempre più voci ad esprimere, ora per allora, qualche dubbio sulla opportunità di quella struttura e qualche timida voce giunge perfino a criticarla apertamente e a definire quella scelta come insensata.  Mi associo. 

Ritengo che da allora, la quiete armonica di quel luogo sia stata (quasi) irrimediabilmente compromessa; inframezzo quel “quasi“, perché non ci si vuole precludere del tutto la speranza che arrivi un tempo in cui qualcuno possa rimediare in qualche modo a quel torto.  Per nulla facile, non tanto e non solo perché a toccare certi argomenti si corre il rischio, solo a parlarne, di essere accusati di iconoclastia e di condannarsi alla riprovazione sociale, ma perché col tempo tutto si storicizza e acquista dignità, a volte anche le storture, persino le nefandezze.  

Di recente sono state pubblicate su facebook alcune foto relative alla costruzione; sono immagini effettivamente suggestive. 

(foto Eleonora Fraschini)

(foto Eleonora Fraschini)

Come non comprendere chi si entusiasma, almeno per l’impresa… Ne ho personalmente altre (sono diapositive e non posso allegarle) altrettanto suggestive e ardite scattate in occasione del rifacimento della croce (mi sembra nel 1996, da verificare), che replicano l’arditezza dell’intervento e la soddisfazione degli artefici (nell’occasione c’è Venanzo Chiappa in piedi in equilibrio sui bracci laterali della croce).

Effettivamente, oltre al valore intrinseco del simbolo, è innegabile il fascino che può avere issare ed issarsi su una guglia così alta e di così alto valore simbolico.  Cosa volete che siano quelle quattro catapecchie di pietra lì sotto rispetto a questa croce che svetta su un pinnacolo di cemento e ferro?   

Mi sono spesso domandato in base a quali criteri fu permesso all’epoca tale tipo d’intervento.  Mi sono preso il tempo di darmi una risposta.  Ebbene, lo dico solo per completezza d’informazione e con un filino d’imbarazzo, ma temo che il tutto goda dello status non proprio edificante di ‘opera abusiva’.  A dirla così sembra una definizione burocratica fuori luogo, ma non saprei come altro definire un’opera priva della necessaria autorizzazione. Questo potrebbe in parte spiegare anche la sua abnormità e la stonatura con il contesto.  Non penso infatti che tutto l’apparato avrebbe superato indenne un esame da parte delle autorità competenti in materia (anche all’epoca si sarebbe dovuta pronunciare la Soprintendenza ai Monumenti, che nello stesso periodo si stava occupando di alcuni lavori alla Chiesa di Sant’Angelo).

Forse, consapevoli di ciò, committente e progettista (ma non solo…), preferirono andar per le spicce e… diciamo sorvolare su questo aspetto.  Da una accurata ricerca d’archivio infatti, non sono stati rinvenuti provvedimenti, autorizzazioni o pratiche di alcun genere al riguardo; non una lettera registrata al protocollo, non una delibera di Giunta o di Consiglio. Nulla di nulla.  Ciò è molto strano, data la precisione con cui nello stesso periodo ancora si regolamentavano con apposita targa i carretti a mano, si sanzionava per un cumulo di rena lasciato su suolo pubblico, si autorizzava l’apertura di una porta o l’insegna del cinema Orione.

In questo caso non v’è traccia di alcunché.  Come dire che, con l’evidente avallo delle autorità (che non potevano non sapere), ma anche con il tacito consenso di tanti, chi realizzò quel popò d’opera lo fece a proprio piacimento e senza chiedere permesso a nessuno, nemmeno al Comune proprietario dell’immobile.  

Vizio antico quello del ‘fai da te’.

Per carità, spesso ciò è anche frutto di passioni forti (religiose o laiche che siano) nei confronti di un bene che si intende in qualche modo esaltare, ma questo non garantisce nulla in quanto a rispetto delle caratteristiche del bene stesso e alla sua salvaguardia e integrità.  L’eccesso d’amore può anche far male…  

Le vicende nella vita politica e amministrativa del paese, in quel 1959 che fu un anno alquanto movimentato, potrebbero in parte fornirci qualche spiegazione su questo singolare accadimento.

Per dissidi interni, l’Amministrazione comunale si dilaniava e perdeva pezzi, come spesso accade quando ci si logora dopo un prolungato esercizio del potere.  Dopo varie dimissioni di consiglieri e assessori, nel mese di marzo si dimise il Sindaco Filippo Zampini, che non ripropose la sua candidatura nelle successive elezioni amministrative in cui i partiti della sinistra, per la prima volta dopo la guerra, vennero sconfitti.  

Nello scontro elettorale del 31 mggio, tra i due raggruppamenti che si fronteggiarono, simboleggiati dal “GALLO” e dalla “TORRE CIVICA”, prevalse infatti quest’ultimo; il rinnovato Consiglio Comunale, orientato al centro-destra, elesse come Sindaco Giuseppe Ottolina titolare della omonima conceria. Come ogni ricambio dopo cicli amministrativi lunghi, la vittoria elettorale venne vissuta, da chi prevalse, come una sorta di ‘liberazione’ con quel che normalmente ne consegue in termini di atteggiamenti ispirati a idee di rivalsa, di rivincita.

Il clima di quel periodo lo descrive bene Giulio Pansironi nella citata ‘Novissima Verba’: “Nel maggio del 1959 lo scrivente, su richiesta di amici, ottenne dal Dott. Mario Caldarelli il ritiro della lista del MIS [in realtà MSI Movimento Sociale Italiano, il partito neofascista] alla competizione elettorale del giugno successivo [in realtà 31 maggio], per cui propose una lista civica con un programma di risanamento che trovò consenso con il 68% dei voti.” Altrettanto chiaramente lo stesso Pansironi attribuisce una sua personale chiave di lettura all’opera: “La luce della croce dell’Eremo e le SS.Missioni del 1960 furono il segno di un momento di risveglio della coscienza cristiana della popolazione, alquanto disorientata dalla propaganda dei comunisti, che avevano conquistato l’amministrazione comunale indebitandola seriamente”.

Quella del disorientamento è evidentemente una opinione non verificabile, l’indebitamento, semmai, da accertare; quel che è sicuro, è che quello era l’inizio di un ciclo che sarebbe durato fino alle elezioni comunali del novembre 1976. In quel clima, tra disorientamenti e rivalse, evidentemente, nessuno ritenne di eccepire alcunché sulla croce, nessuno s’arrischiò a metter bocca sulle sue dimensioni, la sua fattura, i vincoli, ecc. ecc. E così fu.


Le ‘edicolette’

Comunque sia, già prima che la particolare venerazione per San Cataldo lo portasse alla realizzazione della ‘grande croce’, il Vescovo esanatogliese aveva promosso, con il contributo di privati cittadini (individuati non sappiamo in base a quali criteri), la realizzazione di una serie di edicole sacre che accompagnassero i pellegrini nell’ultimo tratto di strada per raggiungere l’Eremo.  Seppure non pregevolissime (sono strutture costituite da elementi prefabbricati in cemento e gesso), appaiono più consone e rispettose del luogo di quanto lo furono poi croce e relativo sostegno.

Impropriamente viene spesso definita una “Via Crucis”, mentre in realtà è una “Via del Rosario” o “Cammino del Rosario” e è formata, per l’appunto, da 15 edicole in cui sono raffigurati gli altrettanti misteri del Rosario: gaudiosi, dolorosi, gloriosi.

Purtroppo, su quelle edicolette, e in particolare sulle formelle di ceramica che in ciascuna di esse rappresentano le immagini dei misteri contemplati e indicano i nomi dei benefattori che contribuirono alla edificazione, oltre all’usura del tempo si sono ripetutamente accaniti cattivi e stupidi atti vandalici che hanno prodotto notevoli danni.  Si intervenne una ventina di anni fa risarcendo parzialmente le ferite inferte, ma le indicazioni di alcuni benefattori erano andate ormai definitivamente perse.

Oggi andrebbero mantenute e curate con maggiore attenzione.   

I credenti che vogliono percorrere misticamente la Via del Rosario, recitando la corona, possono seguire le pregevoli immagini smaltate che descrivono i vari ‘misteri’; una integrazione, o se si vuole una laica alternativa, vorrei suggerirla assegnando qualche stralcio di vita a quei nomi che appaiono nelle formelle.  Appunti di esistenze, più o meno ordinarie, quel poco che emerge sollevando appena la coltre del tempo, per restituire un riferimento in più a quei nomi, chissà se in qualche modo collegati al ‘mistero’ a cui sono abbinati.  Senza alcuna irriverenza, mi viene da chiamarli “misteri curiosi”.  Curiosità intesa come ansia di conoscenza, sprone necessario per essere partecipi dell’ambiente che ci circonda.  Forse non vi assale mai la curiosità di chiedervi, davanti a un elenco di nomi di persone ignote e d’altri tempi, “chi mai saranno stati costoro?”.

Allora raccontiamo che…

MISTERI GAUDIOSI

I Annunciazione dell’Angelo a Maria Vergine

Nel Primo Mistero Curioso si contemplano Fortunato Gionchetti commerciante, e Maria Vitali, casalinga, entrambi di origine ternana, genitori di Don Ercole parroco di San Martino. Don Ercole Gionchetti, nato a Fabriano nel 1871, muore a Esanatoglia nella sua casa di via Portella 4, il 20 novembre 1958.  L’atto di morte, com’è d’uso, riporta anche l’ora: a mezzogiorno, ovvero alla canonica ora di pranzo, che è tutto dire per uno che viene ricordato per la sua straordinaria famelicità.  Proverbiale la sua ecumenica risposta alla domanda fattagli da una contadina, indecisa su cosa offrirgli nel corso di una sua visita pastorale, se preferisse frittata o salsiccia, che suonò “quand’è bbòna la frittada co’ le sargicce!”, rimasta come espressione idiomatica ad indicare chi, davanti a una scelta, non vuole rinunciare a nulla e cerca di far convivere le alternative.  L’immagine dell’appassionato degustatore che lo contraddistinse in vita, oscura la memoria di altre sue sicure doti umane e sacerdotali.  Ma è il binomio “frittada/sargicce” che resterà per noi a riassumere la figura di “Donnèrcole”.  Ricordiamolo, a parziale risarcimento, anche come proprietario delle due abitazioni dell’Eremo che, dopo averle restaurate con i fondi dei ‘danni di guerra’, vendette un anno prima di morire. Una di queste proprio all’Ingegner Pansironi.

Don Ercole Gionchetti

Teodolinda Pasquali (Potenza Picena 1833 – Esanatoglia 1920) era figlia del possidente Giuseppe e di Anna Maria Buscalferri.  Non si può essere qui, all’Eremo, senza menzionare i Buscalferri, nome intimamente legato a San Cataldo e al suo culto.   Basti ricordare a questo proposito uno dei rappresentanti della famiglia, quell’Ettore Buscalferri di cui, essendo egli padrino di Battesimo di Fra Giuseppe da Sant’Anatolia, così raccontavo in “Una semplice storia umana” :

..al blasone del nobile univa la cospicua ricchezza derivata dal possesso della cartiera e del molino dell’olio, e che, per essere stato emissario della Comunità in due missioni di primaria importanza per la storia locale, poteva fregiarsi inoltre di una particolare considerazione.  Dalle sue mani arrivarono infatti nella nostra terra, per intercessione del Cardinale Gaetani, le reliquie di San Cataldo concesse dal vescovo di Taranto nella primavera del 1616; ancora prima, nel 1602, fu sempre lui a ricevere dall’Abate di Subiaco, quelle di Santa Anatolia. Sopravvissero di molto alla sua morte i mirabolanti racconti delle galoppate con cui la sua cavalla di pelo moscato lo aiutò a sfuggire alle insidie, più d’una, in occasione di tali viaggi.

Ma chiunque volesse saperne di più sulla famiglia Buscalferri non deve far altro che affidarsi alla guida sicura e illuminata di Matteo Parrini che nella sua tesi di laurea ne ha ripercorso la storia; un sunto, riferibile ad una sua conferenza tenuta nella Biblioteca di Esanatoglia nel 2018,  è consultabile a questo link https://www.bibliotecaesanatoglia.org/un-po-di-storia/i-buscalferri/ .


II La visita di Maria Vergine a Santa Elisabetta

Uno degli ultimi cartari operanti a Esanatoglia, Giosafat Cambriani (1847-1910) probabilmente originario di Pioraco, che si accasò da noi sposando l’esanatogliese Angela Spitoni (….-1928).  L’intestazione dell’edicola può essere spiegata col fatto che una loro figlia, Sestilia Cambriani (1875-1960) era all’epoca una sorta di custode dell’Eremo; ma la vita dei due coniugi non può che essere riassunta soprattutto così: sono i genitori di Stanislao Cambriani (1876-1959), per tutti e per sempre LAO.  Chi fosse Lao lo racconto in “La Guerra di Lao” pubblicato in questo blog.

Il manifesto con cui Lao… entrò in Guerra

  Qui ricordo solo che egli aveva un legame particolare con San Cataldo e lo dimostrano i suoi diversi ‘voli pindarici’ che avevano come palcoscenico e ‘base di lancio’ proprio l’Eremo. Immaginiamo, stanti le sue condizioni fisiche, la difficoltà di raggiungere questi luoghi; ma conoscendolo, pensiamo che anche in ciò si avvalesse dell’estrema potenza della sua immaginazione.  Morì proprio nell’aprile del 1959, mentre stava per essere realizzata la sregolata Croce di cui Lao, sregolato in tutto, avrebbe certamente potuto rivendicare la paternità, utilizzandola magari anche per qualcuno dei suoi creativi sproloqui.


III La nascita di Gesù Cristo nella grotta di Betlemme

Cataldo Brugnola (1812-1892), Maria Cerroni in Brugnola (1830-1892), Maddalena Brugnola in Cardona (1868-1931).   Sono i genitori e la sorella di Chiara Brugnola (1870-1948) benefattrice a cui il Comune, per riconoscenza del lascito ereditario in favore dell’E.C.A. (Ente Comunale Assistenza) di parte delle sue risorse e di quella casa con orto (“l’órtu de la sóra Chiara”) dov’è oggi il negozio di ferramenta di via Roma, intitolò una via, traversa della via Roma stessa.  Appare singolare che il nome della sóra Chiara, nubile e senza aver formato famiglia, non figuri accanto a quello dei genitori e di quell’unica sorella che invece era convolata a nozze con il farmacista del paese Giovanni Cardona.  

Maddalena Brugnola
Chiara Brugnola

Quella dei Brugnola è una famiglia insediatasi in Esanatoglia in tempi tutto sommato recenti; questo consente agevolmente di ricapitolarne il percorso e stabilire che, da precisa ricerca genealogica, tutti i Brugnola esanatogliesi, nessuno escluso, risultano riconducibili ad un unico capostipite: si chiamava Angelo Apollinare Brugnola, visse tra la seconda metà del ‘700 e la prima dell’800; prima di lui nessuno.  Non ne conosciamo la provenienza, ma sappiamo che era contadino e viveva nel borgo di Palazzo. Tutti i Brugnola, santanatogliesi prima e esanatogliesi poi, discendono da lui.


IV Gesù è presentato al Tempio

Luigi Gagliardi (1892-1940) è qui ricordato da sua moglie, Maria Giordani (1898-1963) e dal figlio Lorenzo Gagliardi (1925-1983), “lu farmacista“. Maria era figlia di Domenico, fratello del Vescovo Giordani. Seguire la discendenza dei Gagliardi, braccianti giornatari prima e contadini poi per varie generazioni, da Antonio a metà del ‘700, poi Angelo, poi Bernardino, poi di nuovo Antonio, fino a Luigi che invece fu ‘guardafili’ (addetto alla sorveglianza e riparazione delle linee aeree elettriche) ed emigrò a Porto Sant’Elpidio permettendosi di far studiare un figlio fino alla laurea, significa ripercorrere quella parabola sociale, frutto di sacrifici personali e di abnegazione ma anche di lotte politiche e sociali, che è tratto comune nella storia di tante famiglie nell’ultimo secolo di storia. Tanti sembrano averlo dimenticato.


V Gesù tra i dottori del Tempio

Vuoto


MISTERI DOLOROSI

VI L’orazione e agonia di Gesù nell’orto

Lacchè Nazzareno (1872-1935) era il padre di Don Giuseppe Lacchè (1907-1974) che fu per tutti noi quel “Don Peppe” i cui letali pizzicotti, dispensati in ogni occasione ma soprattutto a fine confessione, segnarono i nostri infantili corpi, in particolare nelle braccia e nelle ganasciotte. Tortura tanto temuta da indurre alla pratica della confessione insincera: mai raccontare tutto! Furono “sorelle de Donbeppe” ancor più che figlie di Nazzareno, Domenica e Barbara; quest’ultima, “la maestra Varberina” (1910-1999), una delle icone dell’insegnamento elementare locale fino agli anni ’70 del secolo scorso.

Don Giuseppe Lacchè

Era questo un ramo, oggi estinto, della corposa genìa dei Lacchè, famiglia che, come i Brugnola, ha una storia esanatogliese breve, in questo caso di recente approfonditamente studiata e superbamente raccontata da un suo illustre discendente, Luigi Lacchè, professore di Storia del diritto e già Magnifico Rettore dell’Università di Macerata. Una vera ‘lectio magistralis’ di storia familiare.


VII La flagellazione di Gesù alla colonna

Antica famiglia quella dei Tofani di Esanatoglia.  Il cognome è attestato già a partire dal Seicento.  Giovanni Tofani (1888-1955) commerciante, figlio di Francesco cartaio, ch’era figlio di Giovanni fabbro, ch’era figlio di Venanzo fabbro… e siamo già nella seconda metà del Settecento; era questa una linea della famiglia Tofani ‘borghigiana’, ovvero vivente nel borgo, artigiani e commercianti.  Altre linee erano nel ‘contado’, contadini abitanti in prevalenza nella zona di Pagliano.  Giovanni fu per un periodo appaltatore del Servizio del Dazio Comunale, un esattore; da qui il soprannome, chissà se vissuto a titolo di onore o di insulto, di “lu Daziere” che venne esteso anche alla consorte, la mite e distinta signora matelicese Dina Giacopelli (1893-1985) che ricordiamo per l’appunto come “la Daziera“.


VIII La coronazione di spine

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IX Il viaggio di Gesù carico della Croce al Calvario

Don Germano Cilla (1830-1885) figlio di Filippo e Dragoni Vincenza morì a Vignole Borbera in provincia di Alessandria, dove era Parroco. Il piccolo centro piemontese, all’epoca poco più di mille anime, situato nella piana del torrente Borbera, è circa a metà strada tra Alessandria e Genova, alle pendici di Monte Spineto. Era fratello di Gaetano, padre del musicista Elia Cilla, che avrà un posto di rilevo nell’elenco delle glorie musicali locali e che merita uno spazio tutto suo.

Una loro sorella, Maria (1839-1901), sposò Benedetto Zampini (1836-1907) e, tra gli altri figli, ebbe Carlo Giuseppe Zampini (1871-1909) e Germano Zampini (1863-1933).  Quest’ultimo conduce al ramo edile degli Zampini. Il primo invece morì il 2 aprile 1909 (la data del 1908 riportata nella formella è errata) in un incidente di lavoro nella Conceria di Francesco Zampini a cui era accomunato dalla discendenza dal trisavolo Giuseppe, il primo Zampini che, provenendo da Frontale di Apiro, volle farsi santanatogliese verso la fine del ‘700. 

Carlo Giuseppe Zampini

Per una manovra sbagliata e per gli evidenti limiti della sicurezza, restò stritolato dalla cinghia di una puleggia nella vasca ellittica dello sciacquo della lana. Lasciò tre figli di 8, 5 e 3 anni, e la moglie, Angela Marinelli, incinta di qualche mese.   L’indice del ‘Registro dei morti’ di quel 1909 ci consegna due volte, una dietro l’altra, il nome “Carlo Giuseppe Zampini”: il bambino nacque orfano nel settembre e gli fu dato lo stesso nome del genitore appena morto; compare sotto al padre perché visse appena due mesi.  Il nome Carlo Giuseppe è all’origine del soprannome “carliseppe” (o anche “carliseppa”) affibbiato a sua figlia Maria (1901-1985) che molti ricordano arzilla e simpatica moglie di Checco “lu fornaru” (Francesco Tozzi 1899-1982). 


X Crocifissione e morte di Gesù Cristo

Giovanni Libani (1845-1935). Il cognome Libani viene attestato a Esanatoglia solo a partire dalla prima metà dell’800 e, al momento, non ne conosciamo la provenienza. Il primo che ci risulta, e potrebbe essere colui che per primo arrivò in paese, è il Domenico, calzolaio, che sposò l’esanatogliese Nicola Ceolotti.  Morì giovane tra il 1852 e il 1856, lasciando tre figli in tenera età: Giovanni, Romolo e Nazzareno.  Gli ultimi due proseguirono l’attività del padre, seppure Romolo per poco tempo perché morì venticinquenne, mentre Nazzareno diede origine alla progenie della famiglia che oggi conosciamo.  Giovanni ebbe invece modo di studiare, divenne maestro elementare (anche se compare, firmandosi lui stesso, come ‘Professore’) e insegnò per molto tempo a Caldarola. Fu autore, tra l’altro, nel 1882 di un interessante libro dal titolo “Memorie storiche degli illustri pittori caldarolesi“, un saggio ripubblicato nel 1969 e che ancora oggi viene citato dagli storici dell’arte, in particolare per quanto riguarda l’opera di Simone De Magistris.

Giovanni Libani

Si ritirò gli ultimi anni della sua vita a Esanatoglia dove morì novantenne.


MISTERI GLORIOSI

XI La resurrezione di Gesù

Vuoto


XII L’ascensione di Gesù Cristo al cielo

Maria Bartocci (1849-1909), Nazzareno Libani (1852-1932). Per il casato, vale quanto detto sopra, nell’ultimo ‘mistero doloroso’.  Da questi coniugi proseguì la linea della famiglia Libani rimasta a Esanatoglia. Se ne parlerà prossimamente affrontando l’interessante figura di Romolo Libani, uomo di spiccato ingegno, legato agli studi economici, al francescanesimo e… al motocross.


XIII La discesa dello Spirito Santo sopra Maria Vergine e gli Apostoli

Anna Bottaccio (1872-1907) e Marianna Marinelli (1878-1933) sono rispettivamente la prima e la seconda moglie di Domenico Giordani (1874-1955) fratello del Vescovo Giordani.  Tommaso Giordani (1901-1914), figlio di Domenico e Anna morì appena tredicenne nel Seminario di Camerino di cui all’epoca era Rettore suo zio Monsignor Antonio, futuro Arcivescovo.  Da Domenico e dalle sue due mogli discende uno dei rami dei Giordani esanatogliesi.

Domenico Giordani

XIV Assunzione di Maria Vergine in cielo

Giuseppe Giordani (1840-1913) e Lorenza Camilloni (1846-1936) sono i genitori del Vescovo. Di loro si parlerà raccontando del loro figlio, alto prelato.

Giuseppe Giordani
Lorenza Camilloni

XV L’incoronazione di Maria Vergine e la gloria degli Angeli e dei Santi

Don Stefano Romaldini (1832-1901), che fu parroco di San Martino, oltre a chiudere la Via del Rosario, è come se chiudesse anche quella sorta di cerchio magico delle parentele del Vescovo a cui è riservata buona parte dei misteri e in particolare, forse non a caso, questi ultimi, i gloriosi. La madre di Don Stefano, Marianna Camilloni (1804-1890), era infatti la sorella di Tommaso Camilloni (1808-1884), nonno del Vescovo. I Camilloni, famiglia proveniente dalla vicina Matelica, giunsero qui come appaltatori di una parte della “fabbrica del nuovo Palazzo Comunale” che si protrasse per quasi tre decenni a partire dal ‘periodo napoleonico’ di inizio Ottocento. Talmente lunghi i lavori (anche per le frequenti interruzioni legate ai vari stravolgimenti politici del periodo) che i Camilloni ebbero modo di metter radici nel nostro paese.


Col quinto ed ultimo mistero glorioso, svelato qualche mistero curioso, siamo giunti oramai al cospetto di San Cataldo, e anche della sua croce.

P.S. Salendo a piedi non si può ignorare, altrimenti può anche capitare che sfugga. Nel tornante al bivio per Fonte della Valle, si incontra la prima edicola. Incuria e vandalismo hanno purtroppo deturpato il volto di San Cataldo e parte del paese che è ai suoi piedi e che gli chiede protezione, curiosamente appellandosi al Santo usando la superata deferenza del “voi” in auge fino a poco più di un decennio prima della realizzazione. La “Via del Rosario” è come se iniziasse da qui, ovviamente nel nome, come è inciso nel marmo, di Mons. Antonio Giordani.

Buon cammino…


4 Replies to “La Via del Rosario, la croce, le vite”

  1. Lucia Tanas ha detto:

    Beh, anche io avrei molto da dire su quella croce, che ho sempre visto come troppo “invadente”, esagerata, assolutamente fuori contesto. Capisco l’entusiasmo e l’orgoglio dei parenti di chi quella croce la costruì, ma non posso giustificare il parere favorevole dei tanti che, invece, ne mostrano una approvazione incondizionata. Ritengo che essa abbia nuociuto al clima di raccoglimento e di meditazione di cui tutto il luogo era ispirazione, favorendone, al contrario, una finalità più terra terra, meno spirituale ed intimista. Ricordo quando la costruirono, quella croce, e pur essendo molto giovane, avevo circa dieci anni, provai una sorta di smarrimento di fronte a quell’ammasso di cemento e ferro. E fra me e me chiesi: ma perché non l’hanno costruita lassù, sulle rocce in alto, la luce l’avrebbero vista meglio da lontano! Ed ancora oggi me lo chiedo e mi chiedo perché mai, qualche anno fa, visto che la croce la stavano sostituendo, non hanno pensato a spostarla dove sarebbe stata meno incombente. La fede e la devozione non c’entrano, perché non è una croce del genere, in un posto del genere, che le può testimoniare. Si tratta di una offesa ad un luogo sacro, che andava lasciato nella bellezza della roccia, della pietra, della semplicità di costruzioni volute dalla devozione autenticamente popolare.

    • PinoBart ha detto:

      Condivido pienamente, non però la soluzione prospettata dell’eventuale spostamento.
      Non amo molto lo sfoggio, spesso gratuito e sconsiderato, di simboli religiosi, ne abbiamo tantissimi, suggestivi e storicizzati (ci fossero tanti comportamenti autenticamente cristiani per quanti sono i simboli di cui ci contorniamo, vivremmo sicuramente in un mondo migliore…); non vedo perciò l’esigenza di ‘marcare’ altro territorio, e in particolare le montagne, che ritengo debbano mantenere una loro ‘laica sacralità’ indipendente da qualsiasi appartenenza (a meno che non vi siano particolari e storicoi motivi devozionali). Per cui non sarei stato favorevole a spostare la croce sulle rocce o sulla cima. Ma al di là della mia posizione, posso dire che, all’epoca, il problema non si pose proprio per il semplice motivo che toccare l’argomento “Croce di San Cataldo” era un tabù, lo è, e lo sarà. Lo testimonia anche il fatto che a parlarne siamo qui, in ‘appartata’ sede… Addirittura posso testimoniare che in quella occasione dovetti rintuzzare l’ardore di alcuni (non gente qualsiasi, ma artefici originari e qualche amministratore pubblico) che, per ‘completare’ l’intervento, si eccitavano all’idea di fare una sorta di ampio terrazzo panoramico affacciato sulla sottostante valle, sorretto da altissimi pilastri, che cingesse tutta la struttura dalle case all’eremo. Davvero, è così…! Fortunatamente i tempi erano un po’ cambiati…

      • Anonimo ha detto:

        Lo sgomento per una tale incombente presenza resta! Al di là di come la si pensi circa la fede o la religione di ognuno. A me non danno fastidio i simboli religiosi, in modo particolare il crocifisso, che ritengo essere assurto a simbolo di pace e fratellanza fra tutti i popoli del mondo. Che poi il suo messaggio non sia ascoltato granché è pur vero, stando a quanto siamo costretti ad assistere ogni giorno, ma questo non mi esime dal riconoscere il suo valore intrinseco. Diverso è il discorso per la croce di San Cataldo nel luogo dove l’hanno posta. Una vera violenza all’atmosfera di raccoglimento e di meditazione che tutti gli eremi, in modo particolare questo, comunicano! Quando ho scritto che sarebbe stato preferibile un altro posizionamento intendevo che la croce non avrebbe stonato tanto se l’avessero innalzata altrove, sempre visibile, magari, da tutta la vallata, con la sua luce, ma non tale da oscurare la “natura” autentica dell’eremo. Una terrazza aggettante? Non ne avevo mai sentito parlare! E non mi esprimo, tanto si capisce bene il mio pensiero a tal
        proposito!

  2. Pier Giorgio FEDELI ha detto:

    Sono figlio di Lacchè Domenica sorella di Don Peppe sposata con Fedeli di Foligno in Umbria .Ho sempre avuto Esanatoglia nel cuore dove trascorrevo le vacanze estive e ascoltavo a S.Andrea le “suonate” del Prof. Oreste. Le vicende della vita mi hanno portato lontano ma il ricordo di Esanatoglia è sempre vivo . Incontrare mio nonno sulla via di San Cataldo è stata una forte emozione.
    Vivo a Piacenza e la mia età ( sono della classe 1941) è quella dei viaggi nel tempo passato.
    Per questo La ringrazio Pier Giorgio Fedeli

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