le rae

   Raa deriva forse da una radice prelatina, rava, che sta per frana.  Come per la cave di marmo di Carrara, dove il termine designa il luogo dove si accumulano detriti e materiali di scarto, da noi è una pietraia, un ghiaione, un canalone dove stanno accumulati i frantumi frutto della erosione delle rocce lungo il versante dei monti.   Nel nostro dialetto, come avviene ad esempio con fava che diventa faa, perde la V, anche se a volte capita di sentire la variante “raia”.

   Ce ne sono diverse di rae, ma forse le più rilevanti, come consistenza e come visibilità, sono quelle che dal versante sud del Monte Consegno scivolano giù verso il fondovalle dell’Esino.

   Uno scivolamento che veniva utilizzato per rimetter la legna; in un documento del 1625 si specifica che la legna tagliata sul Corsegno verrà portata a valle “lungo la Rave de San Cataldo fino alla strada del Comune fino al ponte di San Lorenzo”.  D’altronde non è che le rae, totalmente improduttive, potessero essere utilizzate per qualcosa d’altro.

   Nella “Assegna delli Beni della Comunità di Santanatoglia” del 1775, la zona viene delineata con precisione: “Costa della Rae ha il suo principio ne la Linea della Cima di Corsegno scende per detta linea fino alla Chiesa di S. Cataldo, indi scende fino al terreno di Gianfranco Bartocci, e escludendo detto terreno và al Fosso della Rae nella Strada della Valle di Cafaggio, indi salisce per il Fosso fino alla Serra del cavallo, e per detta Serra alla Cima del Corsegno, e racchiude scoglio e breccia stara 100, canne 35, piedi 88 – sassoso nudo stara 23. Il popolo vi à il Jus Lignandi“.  Ebbene sì, questi erano i luoghi dove il popolo poteva fare “liberamente” legna: tagliare le poche piante che riuscivano a crescere intorno a le rae.

   La ‘guerra tra poveri’ che spesso si innescava, nonostante la regolamentazione dei tagli, portava ad avere queste zone sempre assai spoglie e di conseguenza ad aumentarne il dissesto. 

   Si lasci attrarre, chi è agile e di caviglia buona, e si ritrova a transitare da San Cataldo in quel sentiero che da sopra l’Eremo procede verso Fonte dell’Olmo (Fonte d’urmu) dal gusto di lasciarsi andare lungo una di quelle rae, e smottare giù col pietrame verso il basso insieme al clamore dello sfrigolìo dei sassi e, con pochi passi cadenzati secondo le proprie possibilità, ritrovarsi a fondo valle. Da provare, ma non per tutti.

   Fenomeni di rae più circoscritti forse sono all’origine del toponimo rapina da cui il nostro Rapina di Castiglione, nome che quindi non ha a che fare con la sottrazione violenta di beni altrui e pertanto nessuno si senta legittimato a collocare ai lati dello svalico statue simboleggianti Bonnie & Clyde armi alla mano.

   Se rava, raa infatti è frana, smottamento, ghiaione, quando il fenomeno è di misura ridotta si può avere ravina, quindi raina.  Può essere breve il passo al toponimo Rapina. Il nome lo troviamo anche poco più in là, sopra Quadreggiana di Fiuminata. Ne esistono poi vari altri esempi in giro per l’Italia a partire dal più noto Monte Rapina sulla Maiella.  Nel nostro caso, di maggior modestia, è la sella del Monte (o Colle) Castiglione (e il toponimo attuale è appunto Rapina di Colle Castiglione), sul sentiero, un tempo strada vera e propria, che congiunge Palazzo con Case La Valle.   Ricordo i racconti di uno dei Todini di Palazzo che, a metà del secolo scorso, percorreva questa strada anche di notte con un’ora di cammino per “ji a ‘ffà ‘ll’amore” con una Pocognoli della Quagna. Oggi, lungo questa direttrice si snoda uno dei tratti del Sentiero Francescano: cammini comunque, di diversi amori.

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