| i luoghi, le storie

Panicale

Esanatoglia non ha piazze. Ha degli ‘slarghi’ o ‘larghi ‘. L’impronta medioevale rimasta pressoché intatta e la morfologia del territorio, con la penuria di aree entro la cinta muraria, non consentivano la realizzazione di ampi spazi da riservare alla socialità e alla rappresentanza. Quelle che viviamo oggi (anche se vivere è un termine improprio perché sono prevalentemente parcheggi…) e che abbiamo chiamato ‘piazze’, sono realizzazioni recenti, risalgono a non più di due secoli fa e nell’impianto risentono della loro natura spuria, frutto di aggiustamenti di circostanza senza un ridisegno urbanistico scaturito da un progetto, da una riflessione sulla viabilità e sulle nuove esigenze intervenute.
Piazza Garibaldi (già Sant’Andrea) era parzialmente occupata dal chiostro della chiesa; Piazza Cavour (che era la piazza del mercato) era limitata alla sede viaria e allo slargo verso ‘lu murillu’ e Palazzo Alberici, perché la chiesa di Santa Maria, prima che venisse parzialmente demolita e ricostruita come è oggi, occupava anche tutta l’area attualmente a parcheggio; Piazza Leopardi (del Municipio) fino ai primi anni dell’800 era quasi totalmente occupata dall’antica sede del Palazzo del Consiglio (o della Comunità). Risale a quell’epoca la demolizione dell’antico edificio che arrivava a filo strada e l’attuale conformazione della piazza. Unica eccezione, Panicale.

Il nome Panicale è già presente negli Statuti del 1324 a designare un località esterna alle mura e probabilmente legata in qualche modo alla coltivazione del paníco, un cereale che ebbe la sua importanza nel medioevo e che almeno fino al ‘300 ha avuto una sua importanza nell’alimentazione umana, scadendo poi successivamente fino ad essere riservato solo a quella animale.

Nelle incertezze della toponomastica antica, a volte designa l’intero quartiere della Pieve, a volte si estende alla Porta ultima del paese, verso la montagna, cancellando le Valchiere forse quando ormai l’industria della carta era ridotta a ben poca cosa e le valche avevano quasi cessato del tutto di macerare stracci.

Invece Panicale, è Panicale. Lo slargo, ad eccezione della casa centrale adiacente alla fonte che è di costruzione relativamente più recente (fine ‘700), era così dai tempi antichi. La modifica più sostanziale nel corso dei secoli forse fu l’apertura di un varco nelle mura (quello che ancora oggi è l’accesso da via Strada Nuova) voluto nel 1676 dai Frati Cappuccini che chiesero e ottennero una scorciatoia per raggiungere il loro Monastero. Nella seconda metà del ‘500 risulta si affacciassero nello slargo diverse botteghe artigiane (siamo a conoscenza di un fabbro che era ancora lì a metà del ‘700, di una falegnameria, di un fusaro), una pizzicaria, una mescita di vino. Di una straordinaria fornace da “cocer vasa” trovammo i resti nel corso degli scavi di una ventina di anni fa. Era inoltre il retro di Palazzo Pongelli, vi era l’ingresso di servizio, le stalle dei cavalli: di lì transitavano carri e carrozze della nobile e facoltosa famiglia, le derrate e le merci ch’erano parte della ricchezza dei Conti Pongelli di Monticchiello . Un periodo, sempre sul finire del XVI secolo, fu anche vivacizzata dalla presenza di una giovane donna “forastiera” che pare dispensasse i suoi favori con certa qual disinvoltura, in particolare a favore di soggetti più giovani dell’attempato marito santanatogliese che l’aveva introdotta qui da noi. Pullulava insomma di vita Largo Panicale. E così è stato fino a non molto tempo fa. Non che oggi sia morta, ma certamente nulla di paragonabile con la vita che vi si è svolta per secoli, fino agli anni ’60 del secolo scorso.
Proprio per questo comparirà spesso nei nostri racconti il riferimento a Panicale, alle vicende che lo segnarono, piccoli e grandi racconti di vita.

Voglio però introdurre la storia di questo speciale angolo di paese con parole non mie.

Uso il racconto di un odierno abitante di Panicale nonché già “pievarólu” in gioventù (quindi plurititolato allo scopo), Bruno Bolognesi, autore, in questa fase della sua vita, di cospicua produzione letteraria che oltre a dare soddisfazione alla sua eclettica creatività gli sta riservando anche lusinghieri riconoscimenti. Nel suo racconto “La Fonte del Diavolo” prova appena a celare le sembianze di questo microcosmo, con un artificio letterario che modifica i nomi di luoghi e di persone, non per nasconderli ma quasi per una forma di sacrale rispetto, quel tanto che basta per non ‘peccare’ nominandoli ( “non nominerai il nome dei tuoi ricordi invano“….).
È uno stralcio di vita d’un passato recente, un’eco risuonerà ancora nei ricordi di qualche lettore. È leggero e intenso. Induce al rimpianto evitando facili commozioni. Galleggia quindi sugli ossimori, come tutte le pagine ben scritte, dove scorrono parole che sono distillati di vicende vissute intensamente. Come immagine di sfondo prendo a prestito una foto diffusa di recente su Facebook da Francesca Tofani, anche lei saldamente legata a Panicale, che ritrae un folto gruppo di donne, ragazze, bambine in posa davanti al mascherone della fonte di Panicale.
Vista la presenza (estranea per diversità di genere – maschile, e appartenenza territoriale – la Rocca) de lu Fontanaru, al secolo Alessandro Bartocci, mio padre, (l’altro maschio è Checco de Meló, ovvero Francesco Tozzi, all’epoca uno dei numi tutelari del luogo) potrebbe essere stata scattata in occasione del (nuovo? ripristinato?) allaccio all’acquedotto pubblico proprio de “la Fonte del Diavolo“.

Largo Panicale, la Piazza più autentica.

Pino Bartocci


 La Fonte del Diavolo

Racconto di Bruno Bolognesi

   Il muso della FIAT 1100 s’affacciò su Largo Panìco che erano le otto spaccate del mattino. Una chiara mattinata di primavera persa nell’aprile del ’56. L’autista percorse un tratto della piazzetta in terra battuta, poi azzardò una brusca inversione a u che sollevò un turbine di polvere fina come borotalco. Angelino si ritirò dalla finestra e la richiuse con prontezza, prima che il ciclone giallastro si abbattesse sulla cucina poi, rivolgendosi alla moglie, disse: “E’ arrivato il postiglione…”. L’automobile attraversò lo specchio della fontanella posta in cima alla piccola piazza e subito dopo inchiodò davanti le scalette di pietra che conducono all’abitazione del signor Gaspare, uomo solitario noto tra i paesani per la sua suscettibilità. La portiera della vettura si aprì con un lamentoso cigolio e Francesco Batacchi, detto Checco, uscendo dall’abitacolo, portò le mani ai fianchi a mo’ di anfora romana e di seguito fece una sorta di inchino, come per ricostituire le articolazioni delle sue vecchie ossa.  Nel frattempo due galline, prese dal panico per il trambusto, svolazzarono raso terra in direzione dell’orto della signora Matilda, acquattandosi dietro il muricciolo di cinta, non prima di aver manifestato il loro disappunto all’intruso con un deciso, corale – coccodè! – . 

La signora Faustina, dopo aver lustrato le sue ciabatte buone, pulendole con lo straccetto anche sotto la suola, si alzò dalla sua poltroncina color kaki adiacente il focolare sulla quale era in attesa da due ore buone. Spostarsi da casa era cosa rara e quando ciò accadeva, l’anziana donna adottava le sue consuete liturgie da viaggio. Diede un’ultima stretta al fazzoletto damascato che le fasciava la testa, gettò un’occhiata all’interno della borsa in finta pelle nera intrecciata e impartì le ultime raccomandazioni al consorte; prese per le ripide scale appoggiandosi al suo inseparabile ombrello, che le avrebbe fatto da scudo da un eventuale, improvviso acquazzone perché, diceva, non si può mai sapere che piega può prendere il tempo, specie quando si è fuori dalle mura domestiche, anche se per uno scampolo di giornata. Staccare il tassì, (come si usava dire ai tempi) per effettuare una visita medica dallo specialista nel capoluogo di provincia, era un vero e proprio evento da annotare sul quadernino dalla copertina nera e dalle pagine a larghi quadretti bordate di rosso, del quale la signora Faustina mai si separava.

Tra gli sguardi delle comari celate dietro le strisce delle persiane, la vettura scartò decisa rosicando sassolini al fondo della piazza. La polvere si diradò, e le finestre delle abitazioni affacciate su Largo Panìco si aprirono come in un grande, corale sbadiglio. La quiete aveva finalmente ristabilito il suo dominio sulle case di pietra antica e sui suoi abitanti, poco avvezzi alle modernità. 

L’arzillo Angelino, orfano della sua ingombrante metà, approfittò di quella vacanza temporanea per andare a far visita al suo amico Luigi detto Cannone, epiteto che gli era stato affibbiato per il fatto che le sparava grosse, soprattutto quando era all’osteria per una quattrata a scopone e se tra gli avventori c’era un forestiero, la trama che si doveva disfare dalla tessitura dei suoi discorsi superava abbondantemente il cinquanta per cento. E anche di più.

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   Gaspare, invece, cercava di incartare come poteva il suo carattere spigoloso sotto una coppola di lana grezza e infilandosi in una giacchetta bluastra del tipo militare stretta a tal punto da allacciarla ad un solo bottone, cosicché la stoffa, tesa all’inverosimile, andava a formare delle striature che, partendo dal centro della giacca, richiamavano i baffi di un gatto. Con la sua brocca panciuta andava a rifornirsi d’acqua per le sue necessità quotidiane, e lo faceva quando non c’era gente in giro, perché ogni volta vi si recasse imbastiva con la fontana stessa e con la testa dello strano animale rappresentato sulla sua facciata in pietra, discorsi del genere: 

“Belzebù dovrai attendermi ancora. Per uno come me che a Dien Bien Phu, nella guerra d’Indocina, ti ha incrociato più volte non è giunta ancora l’ora.” Accostandosi col viso paonazzo al filo argenteo dell’acqua, aggiungeva: “E intanto dammi da bere maledetto angelo nero. Un Legionario non ha paura di un piscia-sotto come te!” 

Era trascorso poco più di un anno da quando il Legionario Gaspare, arruolatosi nel 1953 a Marsiglia, era rientrato nel suo paese natale, ma i suoi fantasmi Gaspare li combatteva ancora, come fosse in azione nelle jungle del Vietnam.

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   Quello stesso giorno di primavera il giovane Oddo era in procinto di partire; egli abitava in una casa con stalla e asino annessi a pochi metri dalla fontana, proprio all’inizio di uno stretto vicolo che, staccandosi dal margine dello spiazzo, si lanciava tra due file di case basse che, alla fine, andavano a battere sui lati di un grande arco dalle pareti scure sul quale si appoggiava malamente quel che restava di un palazzo signorile. 

Erano tempi difficili, figliastri della guerra e se un giovane non si accontentava di tirare avanti a menar la scure sulle macchie circostanti o a drizzar chiodi dal ciabattino per imparare il mestiere, allora non rimaneva che una cosa da fare, e in fretta: –andare all’estero-, così si diceva. Un’ultima bevuta alla fontanella come soleva fare da bambino, un saluto ai suoi, le ultime raccomandazioni ricevute da sua madre e un salame avvolto su carta paglia dentro la valigia di cartone per il viaggio. Un mondo spariva dietro l’angolo della casa che lo aveva visto nascere e un altro se ne preannunciava. La Francia era lontana, sotto un cielo a lui sconosciuto. 

La corriera lo condusse alla stazione ferroviaria più vicina e già sotto la pensilina del binario quattro, Oddo si sentiva già un petit français, con quel suo berretto inclinato alla garçon. Come lo avrebbero chiamato i suoi colleghi minatori dell’Alsazia- Lorena, Oddò? Se lo stava chiedendo mentre il convoglio bucava il Passo del Gottardo.

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   Intanto che i giorni si accendevano e si spegnevano come lenti respiri, il sole alto dell’estate accorciava le ombre sulla terra battuta di Largo Panìco. E per uno che era partito altri, nel frattempo, giungevano e così la giostra della vita, in quel pezzo di mondo, continuava a girare. 

Vincenzo aveva trascorso buona parte della sua vita in Argentina lavorando come muratore in una ditta il cui titolare era veneto di origine, come tanti laggiù in quella terra in culo al mondo. Gli amici lo chiamavano Enzino perché, dicevano, la sua piccola statura non avrebbe potuto sostenere a lungo un nome sì gravoso; in cantiere i compagni di lavoro lo conoscevano come mezza cazzuola, tanto per ricondurre la sua corporatura non certo slanciata nel gergo dei cantieri edili. Ma tutti gli volevano bene a quel piccolo macaroni e quando, in pensione, lasciò il Sud America per ritirarsi in Italia, tanti che lo avevano conosciuto lo salutarono con affetto e con qualche lacrima galeotta caduta qua e là tra i visi bruciati dal sole e scolpiti dalla fatica. La nave era ormai un punto lontano, laggiù dove il cielo e il mare diventavano un tutt’uno.

Ogni mattina a buon’ora Enzino usciva dalla sua casa di via Fornace numero 3 e, fatti pochi passi, andava a farsi una bella bevuta alla fontana della sua piazzetta, quella che aveva lasciato quando indossava ancora i calzoni alla zuava; Antonia era già pronta alla finestra e lo aspettava per lanciargli la sua consueta battuta: “Ehi americano non berla tutta quell’acqua, lasciane un po’ anche per noi!”, di contro Vincenzo, asciugandosi la bocca col dorso della mano, le rispondeva con enfasi poetica: “Non è acqua è spuma, frizzante e dolce come l’aria del mattino. Te lo dice uno che ha girato il mondo in lungo e in largo, e un’acqua così non la trovi, cara mia. E’ l’acqua di casa mia!”

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   Largo Panìco era un piccolo mosaico di umanità, le cui tessere erano fatte di uomini e donne, di bambini dalle braghe corte e col moccolo al naso, di anziani che, seduti sui loro anni, osservavano con un misto di nostalgia e curiosità quello che la vita intorno a loro poteva ancora riservare.

Un’anziana donna, col suo incedere claudicante, spesso attraversava la piazza con un canestro di vimini appoggiato sulla testa, che a vederla dava l’idea che cadesse da un momento all’altro.

“Guai a te socialista!”, sbottava la vecchia quando Sandrino era in procinto di lanciarle addosso un palloncino pieno d’acqua mentre era intenta a sciacquare la cicoria di campo nella fontana di Largo Panìco. Esterina, così si chiamava, era una praticante assidua delle chiese paesane e quando qualcuno la faceva inalberare, innescava immediatamente il suo meccanismo di autodifesa, identificando il male in quell’epiteto del quale lei stessa, probabilmente, non ne conosceva il significato. Ma le suonava bene. E fu così che Sandrino, vivace bambino di paese, fu annoverato, suo malgrado, tra le schiere di pericolosi rivoluzionari istigati dal demonio.

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   Ferragosto era alle porte, anzi dietro l’angolo di Via Pieve. “E’ arrivato lo svizzero!” disse Laurina alla sua dirimpettaia quando, affacciata alla sua finestra, vide un bolide decappottabile color fragola irrompere nel bel mezzo della piazza, sollevando un vorticoso mulinello di polvere. L’automobile si fermò all’imbocco di una via posta sul lato sinistro di Largo Panìco, il conducente diede una rapida occhiata alla sua criniera imbrillantinata attraverso lo specchietto retrovisore e balzò fuori dell’abitacolo, scavalcando a pie pari la portiera del lato guida. Al numero 11 di Via Pieve, mamma Rosa aprì la porta e si trovò davanti il figlio che, con un largo sorriso, le disse semplicemente: “Eccoci qua maman!”.

Pietro aveva imparato il mestiere di auto-meccanico durante il periodo di Leva nella Fanteria alla fine degli anni ’40. Nel gennaio del 1951 fece la valigia e dentro ci mise un pizzico di coraggio e un po’ di speranza. Prese il treno: direzione Ginevra. 

Due, tre anni passarono senza che di Pietro si sapesse più nulla, neanche l’anziana madre sapeva di preciso dove si fosse cacciato e che cosa facesse. Quando la chiamavano al Telefono Pubblico del paese per l’Interurbana, la signora vi si recava nell’ora prestabilita e, dopo un “Come va?” – “Tutto bene?” – “Hai messo la maglia della salute, che lassù sarà tanto freddo?”, riagganciava la cornetta, felice di aver sentito il figlio lontano.

Pietro era un emigrante fatto e, quando tornava per le ferie, ogni volta voleva fare colpo sui paesani, e quell’anno lo fece presentandosi con una Chevrolet Corvette EX-122 color fragola, col muso cromato a termosifone e gli interni in pelle rosso fuoco. Mentre quelli del vicinato sgranavano gli occhi di fronte a tanta meraviglia, lui lucidava le cromature del mostro americano preso a nolo all’ Autobelle Garage di Losanna. Lo scherzetto gli era costato. Ma vuoi mettere la soddisfazione?

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   Il buon Egidio filosofeggiava enunciando concetti astrusi e paroloni a gogò nei suoi momenti sì, ma quando le cose non gli andavano per il giusto verso, come quando il suo mulo, carico di legna fino all’inverosimile, non ne voleva sapere di prendere un sentiero scosceso in mezzo alla Macchia dell’Olmo, allora concetti e paroloni andavano a farsi friggere e cedevano il posto ad una litania di bestemmie più o meno camuffate da una trasposizione articolata di consonanti che lasciavano intuire il senso dell’epiteto senza però pronunciarlo, sperando così di potersi conquistare, a tempo debito s’intende, se non il suo posto in paradiso, almeno una tranquilla posizione in purgatorio.

Egidio, boscaiolo da sempre, aveva un rapporto conflittuale con l’elemento acqua, tant’è che davanti alla strana testa d’animale rappresentata nel mezzo della fontana di Largo Panìco, usava dire: “L’acqua ai campi, il vino a me, piscione di un diavolo!”

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   Dalle fauci del misterioso animale, raffigurato in testa alla fontana di Largo Panìco, l’acqua fluiva col suo zampillo ed era il baricentro di quel mondo piccolo nel quale tutti si conoscevano e tutti condividevano il poco; le chiavi erano sulle porte e i bambini correvano dietro la loro spensieratezza e ogni tanto si fermavano per dissetarsi a quel filo d’argento puro che usciva da quella faccia dall’espressione arcigna, quasi volesse rimproverarti ogni qual volta ti ci accostavi. 

Qualcuno l’aveva chiamava fonte del diavolo, ma se così fosse stato, allora era un diavolo buono, poiché da quel grugno da Belzebù sgorgava da sempre la vita. Un sottile filo d’argento puro altrimenti chiamato: acqua.

Bruno Bolognesi

4 Replies to “Panicale”

  1. Anonimo ha detto:

    Bellissima♥️

  2. Giuseppina ha detto:

    Bellissima♥️

  3. Andrea ha detto:

    Eccezionale affresco di personaggi e di vita , degno di un vero scrittore! Complimenti! Tuo cugino Andrea.

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