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Stufi de sta’ zitti e de fa gnente

Vorrei che faccia parte della micro-storia di questo paese una esperienza personale e collettiva che riguardò un giovane studente universitario e un discreto numero di ragazzi esanatogliesi tra i 10 e 14 anni e che per l’epoca in cui si svolse, rappresentò una sorta di incrinatura di schemi precostituiti. Per la prima volta, ragazzi in età pre-adolescenziale costruivano da sé stessi, seppure per un breve lasso di tempo e per un evento unico, uno spazio di discussione e di protagonismo al di fuori dei canali comunemente riconosciuti e accettati, in quanto istituzionali e tradizionali, della scuola e della parrocchia.

Era il 1975.  Esistevano al tempo i partiti politici (raggruppamenti di persone che su base volontaria, accomunate da una medesima visione, identità, linea o finalità politica di interesse pubblico… ecc. ecc.). Non illudiamoci, oggi non ci sono più. Un altro mondo, nel bene e nel male. Tra questi vi era il Partito Comunista Italiano che in tantissime parti d’Italia organizzava il Festival de l’Unità (così si chiamava prima che venisse cambiata la denominazione in Festa de l’Unità). Lo scopo era quello di autofinanziarsi e di diffondere e ampliare la conoscenza delle proposte politiche del partito.  Esistevano, più o meno con lo stesso scopo ma con approcci e risultati diversi, anche la Festa dell’Amicizia (della Democrazia Cristiana), la Festa de l’Avanti (Partito Socialista Italiano) e perfino quella de Il Secolo d’Italia (Movimento Sociale Italiano). Forse anche di qualche altro partito minore. Ma i Festival de l’Unità avevano una diffusione talmente capillare che erano pochi i luoghi dove non ne veniva organizzato uno, seppur piccolo. Rare, se non rarissime, erano invece le Feste degli altri partiti.

A Esanatoglia, che all’epoca aveva una forte tradizione di sinistra (fatto salvo il voto amministrativo locale, ma quella è un’altra storia su cui è in corso la scrittura di apposita novella storica in stile ‘pirandellian-camilleriano’, a presto…), a partire dal 1973, la locale sezione del P.C.I. iniziò ad organizzare il Festival de l’Unità che per molti anni fu sinonimo di estate, di svago, di serate in compagnia; era un po’ la summa della animazione estiva di un paese che altrimenti era animato solo dalla presenza di tanti ‘forestieri’ che tornavano al paese per le vacanze. Non era ancora iniziato l’intervento diretto degli enti pubblici nell’organizzare la cultura e il tempo libero delle nostre estati con tanto di “programma degli ‘eventi“; questo arrivò qualche anno dopo, quando il successo della “cultura dell’effimero” dell’Assessore Nicolini a Roma con l’istituzione della fastosa “Estate Romana” si portò dietro una scia di epigoni creando un pullulare di ‘estati’ d’ogni tipo e d’ogni levatura in ogni angolo dello stivale. Se ne patiscono ancora conseguenze.

Prima di ciò, come elemento costante dell’estate italiana, a livello popolare e con la massima diffusione, c’era solo il Festival de l’Unità. Figuriamoci quanto potesse troneggiare a Esanatoglia, dove permeava di sé un paio di settimane del periodo agostano, il momento clou della stagione, in quanto a presenze e ad ansia di svago.

Senza che l’ordine corrisponda ad alcuna preferenza, provo a riassumere inanellando parole (mi verrebbe da chiamarli ‘topoi festunitari‘) che a coloro che non hanno incrociato direttamente quel tipo di esperienza potranno dir poco: il ballo liscio, il gioco del coniglio, l’iniziativa politica (dibattito, incontro o comizio che fosse, mai frequentatissima), il ristorante (frequentatissimo), le frittelle (un’eccellenza), qualche sporadica iniziativa ‘culturale’ che timidamente cercava di incunearsi nel programma, quasi sempre ad opera dei più giovani. Su tutto, manifesti, cartelloni, slogan, bandiere che coloravano e sorreggevano il contesto. Le serate estive facevano il resto.

I Festival si assomigliavano un po’ tutti, ma non erano tutti uguali. Sfumature, dettagli magari non eclatanti, contribuivano a dare toni diversi, a fare in modo che non prevalesse solo l’aspetto mangereccio o quello del ballo. Qualche mostra, una proiezione, uno spazio musicale alternativo al ‘liscio’ erano piccoli segnali di diversità che miravano a spostare l’attenzione sui contenuti rispetto alle necessità di far cassa.

Per il Festival di quell’anno, allestito di fronte alla Scuola Media in quello spazio allora inedificato, tra l’imbocco di Via Pacini e di Viale Fontebianco, per coinvolgere “le giovani generazioni” gli organizzatori avevano deciso di indire una sorta di “gara di pittura” per ragazzi; un’idea languida e asfittica che iniziò a spegnersi già in fase d’avvio.

In quel periodo stavo preparando l’esame del Corso di regìa al D.A.M.S. di Bologna con il compianto Luigi Squarzina.  Sì, lo studente ero io. Il programma di quell’anno sviscerava il “Troilo e Cressida” di Shakespeare, ma il grande regista voleva che ci cimentassimo anche con la strada, che sperimentassimo una qualche forma di ‘animazione teatrale’ che magari scaturisse dal basso, “dalle istanze del territorio” come era in uso dire. La relazione documentata di quanto avremmo fatto, era necessaria per superare l’esame.  Da ‘collaboratore esterno’ quale ero (non ero iscritto al PCI), proposi agli organizzatori del Festival qualcosa di diverso in alternativa alla gara di pittura.  Proprio quel qualcosa che Squarzina voleva.  Un patto: il ‘Partito’ non avrebbe dovuto metter bocca, solo ospitarci un giorno, per il ‘saggio’ di fine lavoro.

Pur scompaginando le intenzioni iniziali del “politburo” (così tra il serio e il faceto veniva indicato il gruppo dirigente del partito), ottenni fiducia e licenza di fare, pur con espliciti richiami alla cautela da usare per evitare accuse di plagio di minorenni (per qualcuno non era ancora del tutto svanita la suggestione dei “comunisti che mangiavano i bambini“). Riuscendo a individuare per conoscenza diretta, nel folto gruppo dei ragazzi potenzialmente interessati, i soggetti che potevano fungere da elementi trainanti, riuscii tramite il loro coinvolgimento a stimolare l’interesse e la curiosità necessarie per partire verso un obbiettivo sconosciuto con una nutrita schiera decisa a tutto. Nessuno sapeva, nemmeno io, cosa avremmo prodotto.

Nacque così una esperienza che vide la partecipazione emotiva e intellettiva di un variegato gruppo di pre-adolescenti, una ventina circa con un buona dose di ricambio nel tragitto, che in una grande tenda simil-militare piantata al di fuori del cosiddetto “villaggio del Festival” (fu fatto per stabilire una sorta di distanziamento a reciproca garanzia), per una decina di giorni, mattina e pomeriggio, si incontrarono, si confrontarono parlando della realtà in cui vivevano, dei loro problemi, del modo di affrontarli e, con il coordinamento e la supervisione del sottoscritto che registrò, si appuntò, e trascrisse, trasposero tutto ciò in una sorta di canovaccio che giorno dopo giorno prese corpo e spessore fino ad assumere le forme necessarie ad una azione teatrale. Contestualmente, man mano che le idee prendevano forma, iniziarono anche a organizzare la loro manualità dando libero sfogo alla esuberanza creativa nella realizzazione dei ‘corredi scenici’.

Quella sorta di happening che produssero, e che si svolse domenica 17 agosto, giornata conclusiva del Festival (era iniziato il 2 agosto), fu preceduto al mattino da un corteo / manifestazione lungo le vie del paese che destò non poca sorpresa e perfino il disorientamento di qualche benpensante.





Come è evidente nel testo del volantino che diffusero per le vie del paese, il loro interesse si accentrò principalmente sul tema degli spazi per il gioco, per la socialità, che secondo loro erano sempre più sacrificati per far posto a quella “invasione” edilizia che all’epoca vedeva nascere diverse palazzine a scapito di spazi verdi e di luoghi di aggregazione per i più giovani.





Questo rappresentarono con pochi magici tocchi di fantasia erigendo e smontando, sulla pedana della pista da ballo, simulacri di palazzine fatte di stoffa e cartone.  La sintesi delle loro discussioni servirono ad inscenare un vivace contraddittorio con un potere invisibile che controbattendo dall’alto (una voce fuori campo proveniente dal palco) tendeva ad ignorare e mortificare le loro esigenze e i loro appelli, mostrandosi interessato a tutt’altro. Materiali essenziali, azione teatrale semplice, linguaggio diretto.  Decisero che il titolo fosse “STASERA PARLIAMO NOI – STUFI DE STA ZITTI E DE FA’ GNENTE“. Il tutto esibito con la giusta dose rabbia ma anche avvolto dalla soddisfazione di vedere come sensazioni vaganti, reazioni istintive, scomposte e solitarie, divenendo pensiero collettivo e parola potessero prendere forma attraverso la magia del teatro.

Tennero la scena con maestria davvero inaspettata, per ragazzi che affrontavano per la prima volta la forza della parola e del gesto, che su un semplice tavolato appena sollevato da terra, scoprivano la straordinaria forza del racconto collettivo, della comunione col pubblico che li circondava.

Fu un vero successo. Innanzitutto per loro, per quello che riuscirono a dire e a dimostrare. Per il pubblico, che fu partecipe e sorpreso da tanta scioltezza e naturalezza. Per il Festival, che si arricchì di una esperienza innovativa. Per il giovane aspirante regista/animatore, che se anche nella vita non ebbe modo di ripetersi in qualcosa di simile, conservò di quella kermesse uno straordinario ricordo, insieme al plauso con lode dell’emerito professore.

2 Replies to “Stufi de sta’ zitti e de fa gnente”

  1. Anonimo ha detto:

    Veramente molto bello. Per me anche emozionante.

  2. Ritalacche@outlook.it ha detto:

    Bellissimi momenti di aggregazione noi ragazzi eravamo molto partecipi e interessati, ci siamo divertiti tantissimo che bei tempi ricordi di estati veramente interessanti. La festa de l’unità. Grazie Pino quasi non ricordavo più,

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