Santanatogliesi di… Compagnia

Quando varcata la soglia del Municipio ci si dirige verso lo scalone che collega i due piani, lo sguardo non può non essere attratto dalla tela ribattezzata “La Madonna della Pace” che troneggia sulla parete del pianerottolo offrendosi alla interessante e inconsueta prospettiva di godimento per cui la si può osservare in avvicinamento progressivo nel salire una rampa e ugualmente, ma con inversa visuale, nel discendere l’altra.  Si è scritto molto su questa tela e ce ne siamo un po’ occupati, seppure in maniera incidentale, anche in questo blog (cfr. La Madonna della pace, Milanuzzi e i cicli).  Per quello spazio ha un’imponenza tale da oscurare il resto; ne fa le spese, in particolare, una tela più piccola che si è deciso di collocare a lato, sulla parete dell’ufficio che custodisce nomi, date ed altre circostanze di vita degli esanatogliesi dell’ultimo secolo e mezzo.

E’ di autore ignoto, databile con certezza tra il 1604 e il 1726 (vedremo poi il perché).  Per quanto ne sappiamo, non proviene da nessuna chiesa e poiché era custodita nei vecchi locali dell’Archivio Storico, è ragionevole supporre che sia appartenuta al Comune da tempo immemorabile.

Seppure presenti una sua equilibrata compostezza, è difficile ritenerla di particolare pregio e non stimola più di tanto l’attenzione degli appassionati tanto meno l’interesse dei palati fini degli intenditori d’arte antica.  Nulla a che vedere con il dipinto, di medesimo soggetto, del cameranese Carlo Maratta, uno dei più affermati pittori italiani del secondo seicento, che è in Sant’Andrea del Quirinale in Roma.

Carlo Maratta “Apparizione della Vergine a san Stanislao Kostka”,  1687

L’interesse del nostro più modesto dipinto potrebbe però risiedere altrove.  Può essere una testimonianza che ci riconduce ad alcuni elementi importanti della nostra storia perché ad essi può essere direttamente collegata.  

Alla base della tela sta scritto “Beatus Stanislaus Kostka Polonus Soc. Iesus”.

 

Chi era Stanislao Kostka ?

Polacco, di famiglia ricca, nobile e potente, contro il cui volere e i cui orientamenti ardì farsi Gesuita, in particolare dopo una visione che ebbe in occasione di una grave malattia che lo colse all’età di 16 anni.  E’ proprio questo l’episodio rappresentato nella nostra tela.  Sentendosi prossimo alla fine, chiese l’estrema unzione che gli fu però negata dal padrone della casa in cui alloggiava, che era di diversa confessione religiosa. Si vuole che, per intercessione di Santa Barbara, due angeli gli portarono la comunione e che gli apparve la Vergine Maria dicendogli che non sarebbe morto e, anzi, sarebbe diventato un gesuita.   Dopo questa esperienza, difficile ma al tempo stesso pecr lui esaltante, riuscì a rimettersi in salute e terminati gli studi a Vienna, inseguito sempre dalle pressioni della famiglia, con una vera e propria fuga travestito da mendicante, riuscì a raggiungere Roma dove Francesco Borgia, Generale della Compagnia di Gesù, nell’ottobre del 1567 lo ammise al noviziato al Collegio Romano per completare gli studi filosofici e teologici ed essere ordinato sacerdote.

Soltanto pochi mesi e la sua già manifestata fragilità fisica fu sopraffatta dalla dura estate romana e, il 15 agosto del 1568, attorniato da visioni, alimentate dalla sua fede e favorite dalle febbri malariche, ebbe fine la sua breve vita.  Aveva 18 anni.

Nel 1604, sotto Papa Clemente VIII, divenne il primo Beato della Compagnia di Gesù. Nel 1671 fu dichiarato Patrono dei religiosi novizi.  Fu proclamato santo nel 1726 da Papa Benedetto XIII. La Chiesa cattolica lo venera quale patrono della gioventù studiosa, insieme agli altri gesuiti Luigi Gonzaga e Giovanni Berchmans.

Litografia colorata sec. XIX – Museo Diocesano tridentino (Trento)

Evidentemente, riportando il titolo di “Beatus“, la tela si può far risalire all’intervallo di tempo tra il 1604, anno della beatificazione, e il 1726, anno in cui Stanislao fu proclamato santo.



Cosa può raccontarci la presenza di questo ritratto del gesuita che divenne santo compatrono degli studenti? E in che modo può collegarsi alla nostra storia locale?

Nel corso dei secoli innumerevoli santanatogliesi consacrarono a Dio la propria vita e divennero religiosi in vari ordini.  In particolare dalle famiglie gentilizie era prassi che sortissero prelati per tutta una serie di motivazioni di cui si è già detto in altre occasioni (oltre alla sincera fede, v’era l’opportunità per il prestigio sociale, economico, culturale).  Anche in àmbiti sociali modesti la vita ecclesiastica esercitava un’attrattiva, poiché (fatta salva, di nuovo, la sincera fede…) poteva rappresentare una quasi sempre sicura risorsa per una sopravvivenza meno travagliata e grama di quella comunemente riservata alle fasce più infime della società.  Prevalsero tra i nostri concittadini, almeno finché furono presenti nel territorio i rispettivi conventi, Cappuccini e Agostiniani, poi vi furono Francescani, Benedettini e altri ordini ancora, perfino, come abbiamo visto, i quasi sconosciuti Somaschi (cfr. Un esanatogliese recuperato), oltre ovviamente a una nutrita schiera di clero secolare.  La presenza della tela che raffigura Stanislao Kostka ci riconduce a un ordine religioso che per la sua storia, le sue caratteristiche, potremmo definire un unicum nel multiforme mondo della “Ecclesia”, l’ordine che esprime anche l’attuale Papa: l’ordine dei Gesuiti.

 

Gesuiti, Sacro Collegio e Università Gregoriana.

L’ordine religioso della Compagnia di Gesù, i cui chierici regolari sono designati comunemente come gesuiti, fu fondato da Ignazio di Loyola nel 1534 e riconosciuto da Paolo III nel 1540.  Nato nel contesto dei movimenti che animarono la Riforma cattolica, reca già nel titolo di “Compagnia” un senso di combattività mirata al trionfo della Chiesa, ed anche quella determinazione e compattezza che nei secoli hanno contraddistinto la sua storia. Votati alla povertà, castità e obbedienza, aggiunsero l’ulteriore voto di speciale obbedienza al Papa.  Le costituzioni della Compagnia disegnarono un àmbito d’impegno nella predicazione, nell’insegnamento catechistico, nelle missioni e nella formazione del clero, delineando così da subito il settore dell’istruzione come quello di maggiore interesse e coinvolgimento.   Da queste premesse nacque, nel 1551, il Collegio Romano che divenne poi la attuale Pontificia Università Gregoriana, luogo di formazione per eccellenza dell’impegno della Societas Jesu.

 

 

Storia complessa quella dei Gesuiti, che conta anche uno scioglimento della Compagnia nel 1773 da parte di Papa Clemente XIV.   La Compagnia era ormai invisa a diversi regnanti per l’influenza che tendeva ad avere nella diplomazia delle corti, ma anche per talune posizioni critiche nei confronti delle aberrazioni del colonialismo e per iniziative praticate dai gesuiti stessi, in particolare in America latina, sgradite alle potenze coloniali (i primi ad espellere i Gesuiti furono non per nulla i portoghesi, seguiti da Francia e Spagna).  La Compagnia fu riabilitata nel 1814 da Papa Pio VII.

L’istruzione era dunque al centro della missione gesuitica, e punto cardine di questa istruzione il Collegio Romano / Università Gregoriana, una istituzione presente e attiva ancora oggi.

E’ in questa cornice che inquadriamo il recupero di pezzi della nostra storia locale; da qui (ri-)emergono due importanti figure di prelati santanatogliesi, entrambi appartenenti al nobile casato dei Pongelli che non solo frequentarono il luogo di formazione per eccellenza dei Gesuiti, ma lì ricoprirono ruoli di estremo prestigio tali da conferire loro, più in generale, una indiscutibile importanza nella formazione culturale della Compagnia di Gesù nella loro epoca.

I Pongelli per più secoli furono sempre presenti con posizioni di rilievo nell’esercizio del potere nella nostra comunità; una presenza costante tra le mura del Palazzo Comunale.  Questo potrebbe spiegare la presenza di quella tela?  Non è una ipotesi peregrina e comunque azzardarla ci permette di agganciare al ritratto di Stanislao Kostka il racconto di questi due personaggi la cui memoria si è inspiegabilmente persa nel corso dei secoli.  Potremmo addebitare questo oblìo alla combinazione di molteplici fattori generali e particolari, e affinare riflessioni sulla trascuratezza spesso indolente che ogni generazione riserva al passato, sulla lontananza del loro paese natale dai luoghi in cui si svolse la loro vita, sulla dispersione del loro casato familiare, sulle mai sopite ostilità nello stesso mondo ecclesiastico nei confronti dei Gesuiti, ed altro ancora; ma in un paese che prima dell’Unità d’Italia, e per secoli, fu Stato della Chiesa e Pontificio, riesce difficile giustificare la completa dimenticanza di due personaggi che nella loro vita si sono così particolarmente distinti come ecclesiastici.   Ancor più incredibile appare che le loro vite siano sfuggite ai vari ricercatori e studiosi locali (quasi sempre membri del clero) che si sono avvicendati nel corso degli ultimi secoli a ricercare, conservare e tramandare memorie.  Ma così è, e allora cerchiamo di recuperare.

Invertiamo la cronologia e partiamo dal secondo dei due, il più vicino a noi, poiché di lui abbiamo minori notizie e, non solo per questo, una vita meno eclatante.  Ci riserviamo il crescendo.

 

Mariano Pongelli

Nacque a Santa Natoglia nei primi anni del ‘700 (non abbiamo la data precisa) da Angerio (1660-1729) e da Maria Madalena Paganelli.  Non sappiamo se con l’intenzione di emulare il suo avo che l’aveva preceduto nello stesso Ordine, ma per dare risposta alla sua vocazione religiosa e alla sua inclinazione allo studio, scelse di farsi gesuita.

 

“Jura Familiae de Pongellis de S.Anatolia” – Manoscritto Biblioteca Valentiniana – Camerino

 

Nonostante fosse il primogenito maschio e fosse perciò destinato ad essere il maggior beneficiario del patrimonio di famiglia, lasciò Santa Natoglia per trasferirsi a Roma ospite del Collegio Romano.   Non abbiamo notizie sui progressi dei suoi studi e della sua vita ecclesiastica.  Abbiamo però un dato inconfutabile che testimonia del suo valore e della posizione che aveva raggiunto nella considerazione dei suoi correligionari, poiché nel 1768 fu nominato Rettore del Collegio Romano e Università Gregoriana.   Una carica quanto mai prestigiosa che dalla sua istituzione (1551) fino ad oggi è stata rivestita in totale da 117 Rettori, tra cui, solo per fare qualche nome, san Roberto Bellarmino e, più recentemente, il cardinale Carlo Maria Martini.  Mariano Pongelli fu l’ultimo Rettore gesuita prima che nel 1768, alla scadenza del suo incarico, l’intero ordine dei gesuiti venisse soppresso e l’Università Gregoriana affidata, fino al 1814, al clero secolare romano.   

 Non sappiamo come operò sulla sua vita lo scioglimento dell’Ordine che lo vedeva ai vertici, e cosa ne fu di lui negli anni immediatamente successivi alla Bolla “Dominus ac Redemptor” di Clemente XIV.   Ritroviamo però padre Pongelli, sempre a Roma, a partire dal 5 gennaio 1773, di nuovo Rettore, stavolta del Collegio Maronita

Il Pontificio Collegio dei Maroniti di Roma era stato eretto presso la chiesa parrocchiale di S. Giovanni della Ficoccia, a pochi metri dalla Fontana di Trevi, per accogliere giovani aspiranti al sacerdozio provenienti da tutte le eparchie orientali, in particolare del Libano, di Rito Maronita, l’unica Chiesa Orientale Cattolica a vantare da sempre piena comunione con Roma.  Al pari degli altri collegi nazionali la direzione era affidata a personale gesuita, mentre la formazione intellettuale avveniva nel Collegio Romano.

Non conosciamo per quanto tempo padre Mariano Pongelli mantenne quell’incarico; la data “1775” che appare segnata accanto al suo nome nell’albero genealogico di famiglia, potrebbe indicare quella della sua morte.

Se così fosse, gli venne risparmiato di assistere alla chiusura del suo Collegio che coincise con l’arrivo dei francesi nel marzo del 1798, quando fu requisito e da noviziato divenne “gendarmerie”, così, per dirla come i napoleonici ‘d’emblée’.

Oltre alla limitatezza dei dati biografici, scarne sono anche le notizie in nostro possesso sulla sua bibliografia e quella che lo riguarda: il tutto si limita a un volumetto edito nel 1883 “De Instituto Soc. Iesu casus iuridici et morales a P. Mariano Pongelli eiusd. Soc. propositi” e a diverse sue lettere conservate nell’Archivio Segreto Estense di Modena, scambiate con Francesco Maria d’Este, conte, abate e vescovo. 

Nonostante le cariche prestigiose che ricoprì, il tempo ha cancellato tanto della sua vita e delle sue opere.   Saperlo figlio di quell’Angerio Pongelli che nel corso degli anni ricoprì più volte cariche pubbliche di rilievo a Santa Natoglia,  induce a ritenere di qualche fondamento l’aver collegato alla sua figura alla presenza della tela sull’allora beato Stanislao Kostka.

 

Sappiamo invece un po’ di più sull’altro gesuita che precedette Mariano…

 

Cataldo Pongelli

Principalmente e prima di ogni altra testimonianza, nel ricostruire la sua figura ci guida il “Menologio di pie memorie di alcuni Religiosi della Compagnia si Gesù” da cui apprendiamo che Cataldo vide i natali da “nobili Genitori” in Santa Natoglia “Terra del Piceno” nel 1642. 

 

“Menologio di pie memorie…” di p. G.A.Patrignani – 1730

 

Il Menologio gli riconosce una “grande inclinazione alle cose dell’anima” debordando al punto da attribuirgli tale dote “sin dalle fasce”.  Oltre alla “pietà” caratteristica ritenuta in lui singolare, “due erano le affezioni che il dominavano” e che ben ritraggono l’ambiente in cui ebbe la ventura di crescere: la prima affezione, si dice, era “allo studio”, e “l’altra per divertimento, alla caccia, con qualche suo amico.”  Lo studio e la caccia [sic! diffido chiunque dal seguirmi nella digressione che riesuma il truce slogan “libro e moschetto…” frutto dei miei imperdonabili tic mentali].

 

p. Cataldo Pongelli citato nel “Menologio”

 

Combattuto tra Dio e… la caccia, tra l’aspersorio e l’archibugio

Il suo biografo insiste nel sottolineare quanto nella vita del giovane Cataldo fosse importante la caccia, che non sarà certamente stata quella praticata da tanti suoi coetanei, non suoi pari, munélli di paese o scaltri figli di villici che, ci raccontano con frequenza le cronache del “danno dato” e degli “atti civili e criminali”, contravvenendo ai bandi e al rispetto della proprietà privata, usavano catturare uccelli tessendo nella vegetazione ragne di vischio e temperèlle oppure, per sfamarsi ancor meglio, carcavano laccióli e tagliòle per selvaggina di maggiore consistenza;  un Pongelli, già a quell’età poteva essere iniziato all’archibugio e cacciare liberamente e signorilmente ciò che passava per le estese proprietà di famiglia, per diletto, con passione.  

Nonostante a noi possa apparire in contrasto, era comunque evidentemente possente, come con abbondanza di particolari riferisce il Menologio, anche l’attrazione per la dimensione spirituale, la sua religiosità, la vocazione.  Nonostante avesse familiarità con i Cappuccini, da ormai più di vent’anni insediati in paese, non si lasciò attrarre da quel convento che vedeva affacciandosi dalle finestre di casa, lungo il versante del Corsegno, incastonato tra le produttive proprietà di famiglia poste a valle di esso e le balze scoscese e sterili a monte, lasciate agli usi civici, al diritto di pascere e legnare per i non possidenti.      Le “regole” di qualsiasi Ordine religioso lo avrebbero imbrigliato e costretto a deporre l’amato archibugio, rinunciare per sempre al piacere di abbattere lepri, beccacce, starne e coturnici.  Era quindi orientato ad optare per il Clero Secolare, di diventare quindi semplice Ecclesiastico, perché sì “gustava molto delle cose spirituali e desiderava vivere santamente”, ma anche e soprattutto, “perché nello stato Clericale s’immaginava di poter senza scrupolo unire il trattenimento della caccia, da non potersi avere in Religione”.

Poteva, perché no, immaginarsi Parroco, magari il Pievano, ché la Pieve di Santa Anatolia l’aveva fronte casa e custodendo nelle viscere della navata i resti dei suoi avi era un po’ come una cappella di famiglia, e pregustare la comodità, una volta riposta la tonaca dopo le incombenze liturgiche quotidiane, di varcare Porta Panicale e archibugio in spalla immergersi nella Valle di San Pietro o su per le tenute di Rocchetta e Castiglione a dilettarsi a impallinare selvaggina.  Prospettive non del tutto illusorie per un giovane del suo rango.

A stravolgere le fantasticherie disegnate dal giovane Cataldo intervenne però la scelta imposta dalla famiglia dopo la morte di suo padre Teodoro avvenuta nel 1656 quando lui, ultimogenito, aveva appena 14 anni: rimasto orfano “dispose il Signore che i suoi Parenti il mandassero a studiare in Seminario Romano”.  Sorte che egli subito ritenne infelice rispetto a quella toccata agli altri suoi tre fratelli, Giovanni Paolo, Camillo e Carlo che erano stati tutti “inviati allo studio in Perugia”.

Nulla, tanto per dire, in confronto alla sorte che invece, com’era d’uso, spettò alle sorelle, le figlie femmine che Dorotea Giordani aveva dato a Teodoro (Fabia, Faustina, Anatolia, Catarina, Maria): due maritate, due zite da casa e una suora.

Cataldo quindi, forse un po’ obtorto collo, entrò nel Collegio Romano e dopo il primo corso regolare degli studi decise di fermarsi ed entrare nel Noviziato ai primi di agosto del 1660, ricevuto dal Padre Fabio Albergati Provinciale Romano.  Dopo alcune iniziali incertezze, rimarcate forse per far apparire più lucente il successivo percorso virtuoso, la situazione cambiò di segno: “In Noviziato si rese subito per la sua Religiosità, Osservanza, e Dolcezza di maniere…“ e tutti “ammiravano in lui un certo lustro di vita esatta, composta, e in ogni parte edificativa.”. Si distingueva nella facilità di apprendimento e nella disponibilità a sopperire alle carenze altrui, sacrificandosi per i compagni in difficoltà.

Terminato il “Magistero delle scuole”, il Padre Generale Giovanni Paolo Oliva riconoscendogli “un non so che di più sopra degli altri Giovani anche dei più osservanti” lo investì da subito di incarichi importanti e “non volle che uscisse di Roma“.  Iniziò da quindi l’ascesa della sua carriera: fu chiamato a fare il “Maestro di Rettorica” e pochi anni dopo Vice Rettore dei Novizi incarico che unì a quello di “Sostituto d’Italia” del Padre Generale stesso.    Con l’arrivo del nuovo Superiore Generale, il belga Charles De Noylle (1682-1686) fu infine nominato “Rettore e Maestro de’ Novizi” del Collegio Romano.

 

Trasferimento a Napoli

L’arrivo del castigliano Tirso González de Santalla al vertice della Compagnia, scompaginò il suo tranquillo ed apprezzato magistero.  

Tirso González de Santalla

 

Pur non obbligandolo, il nuovo Superiore lo invitò a trasferirsi presso il Noviziato di Napoli; “Benché [padre Cataldo] per alcuni riflessi ne provasse qualche ripugnanza in doversi portare al governo in Provincia a lui forestiera, pur ciò non ostante si sottopose volentieri a’cenni dell’Ubbidienza”.   Insomma, obbedì ma non lo fece a cuor leggero.

Il viaggio da Roma a Napoli, a piedi, fu quello di un pellegrino che “sempre col suo bordone” si preoccupava della salute dei due novizi incaricati di accompagnarlo e che lungo il percorso, per alleviare la loro fatica, lui costringeva “a qualche comodo”.  “Così negli alberghi, e in ogni altra congiuntura, somma era l’attenzione, che aveva per essi, e niuna per la sua persona; ond’è che in tavola per sé sempre il peggio; e mentre a quelli destinava per riposo il letto, egli o si coricava sulla nuda terra, o pure a qualche sedia appoggiato si riposava”. 

Compostezza e modestia che gli conferirono quella speciale aura con cui si parò di fronte al nuovo incarico che onorò da subito ottenendo entusiastici apprezzamenti dai suoi allievi i quali “dissero a piena voce: Noi abbiamo fatto acquisto d’un’Angelo”.  Con perifrasi un po’ oscure, il Menologio ricorre di nuovo alla “virtù dell’Ubbedienza” per raccontarci che padre Cataldo, non molto tempo dopo il suo arrivo, forse a conferma che non rientrava appieno nelle grazie del Superiore Generale, dovette sottostare alla imposizione di un cambiamento del suo alloggio che stravolse di nuovo la sua quiete ed ebbe ripercussioni sulla sua salute. 

 

 

   L’ex Collegio gesuitico di Napoli oggi sede Universitari

 

Immalinconito da ciò, iniziò quindi a “soffrire di non pochi disturbi e travaglj: onde tra questi, e tra l’acutezza di quell’aria cominciò a stemperarglisi la testa sì, che perdè quasi affatto l’udito, e assordì”.  Non potendosi conciliare la sopravvenuta sordità con l’insegnamento, venne richiamato a Roma; avendo però avuto anche la possibilità di scegliere la Puglia, dove era stato richiesto, per spirito di sacrificio “antepose, benché di sanità mal’andata, il Ciel Pugliese al Romano” dove l’avrebbe atteso un mondo ben diverso da quello delle aule d’insegnamento.

 

I gesuiti nelle terre della Capitanata 

Per sopportare i costi di gestione del Collegio Romano, nei primi anni del ‘600 la Compagnia di Gesù aveva deciso di investire parte degli ingenti capitali provenienti da lasciti e donazioni nell’acquisto e nella gestione di attività agricole che potessero offrire buone prospettive di guadagno.

Nel 1611 i gesuiti acquisirono a questo scopo dal nobile napoletano Marzio di Tufo una estesissima proprietà nelle Puglie, a quel tempo Regno di Napoli, nel territorio della Capitanata, nella zona compresa tra Foggia e Cerignola. 

L’ undicesima locazione ordinaria della Puglia è Orta, la quale piglia il suo nome dal medesimo feudo che si possiede dal collegio, e novitiato di Roma della compagnia di Gesù, con quello di Ordona, Stornara e Stornarella”. (Sinisi, 1963)

Nel giro di qualche decennio consolidarono la loro presenza nel feudo ortese, e procedettero alla realizzazione della taverna, della masseria, di ovili e stalle, nonché del nuovo palazzo residenziale e della chiesa; il tutto prese ad essere indicato come “la Casa d’Orta”.

La conduzione diretta delle terre, praticata dai padri del Collegio romano, impresse uno sviluppo dapprima sconosciuto nello statico sistema agro-pastorale, ingessato da leggi e tradizioni feudali e macchinose. Si vennero a creare intorno alle quattro masserie altrettanti agglomerati umani e produttivi che marcarono la differenza rispetto alle limitrofe aziende baronali e intorno a cui si svilupparono successivamente i comuni che ancora oggi esistono.

Mappa della Capitanata – 1630

La presenza dell’impresa dei gesuiti si impose con tutto il peso della loro autorevolezza, e quando padre Pongelli arrivò per dirigerla era già una realtà economica e sociale dell’intero comprensorio; le sue capacità contribuirono ad accrescerne ulteriormente l’importanza.

In Puglia arrivato, non è credibile quanta fosse la stima, che colla sua bontà, capacità, e dolci maniere di tratto ne concepirono tutti quei Principi, e Baroni confinanti.” 

Non potendo più insegnare, dalla “coltura dell’anime” si trovò quindi “faticando, ad attendere colle sue industrie alla cultura de’ campi”.  Riemerse probabilmente quel congenito spirito ‘padronale’ dei Pongelli, che non poteva non appartenere a chi era proprietario di estese terre arative, di boschi e pascoli, di colonìe e poderi, con animali di alta e bassa corte.  Essendo “in economia eccellente” si mise a curare, in qualità di Superiore, gli interessi di quelle vaste proprietà della Compagnia mostrandosi capace di avere “unite con eccellenza due parti ammirabili, d’Uomo tutto spirituale, e d’uomo insieme tutto fatto al maneggio, e governo.”.

 

L’invasione dei bruchi

Nell’ultimo decennio del ‘600, in un anno che il Menologio non precisa, le terre della Capitanata compreso il vasto Tavoliere che riforniva di grani e formaggi gran parte del Regno di Napoli e lo Stato della Chiesa, furono invase “da una quantità immensa di Bruchi, ed altri pestiferi Insetti“, che iniziarono a distruggere coltivazioni e raccolti.  Si trattava delle locuste, o cavallette

Unico ed estremo rimedio fu la preghiera di padre Cataldo Pongelli che contro quella maledizione “ricorse all’orazione, e tutto in Dio affidato si portava intorno a benedire le dette Tenute, ed a maledire que’ Bruchi desolatori.“. 

Dalla caccia al bersaglio medio grande, la cui passione aveva animato la primissima giovinezza , alla cacciata di “pestiferi Insetti”, il tempo era quello di una vita intera, ma evidentemente per padre Cataldo il passo fu breve, animato com’era dalla fede.

Sarebbe oltremodo ingenuo e ingeneroso chiosare le iperboli di un Menologio, soprattutto quando il racconto, come in questo caso, raggiunge un suo perfetto equilibrio creativo.   Non c’è altro quindi che lasciare spazio alla originalità stupefacente della fonte citandola per esteso.

Ecco dunque che dopo le preghiere e le maledizioni che padre Pongelli prese a lanciare come colpi d’archibugio in lungo e in largo per le “vaste e rase campagne” della Capitanata e del Tavoliere guidando sacre processioni “anche a sole cocente” accadde che… “Cosa maravigliosa! Questi putridi animalucj, raccoltisi insieme a’ confini delle nostre Campagne, fecero ammontonati come un’argine quasi per dimostrare che non solo non osavano vivi trascorrere i limiti loro prescritti, ma caduti vittime delle orazioni del Padre, pareva che morti ancora volesser difendere quelle terre, che si erano munite colle benedizioni di esso Padre”.  Così fu placata quell’ira di Dio.

Non sappiamo se questo episodio prodigioso abbia contribuito, insieme con le altre doti che il Menologio enumera, alla definizione di padre Cataldo Pongelli come “Servo di Dio” come posto in calce allo scritto  (“Di questo servo di Dio ne fa onoratissima ricordanza il padre Francesco Tuzj nel nono ultimo Ragguaglio delle Vite di alcuni servi di Dio della Provincia Romana” – testo, quello del Tuzj, al momento introvabile).  

Servo di Dio, secondo la Congregazione delle Cause dei Santi è chiamato “il fedele cattolico di cui è stata iniziata la causa di beatificazione e canonizzazione” e non ci risulta che ciò sia avvenuto. 

 

La morte

Di diverso segno, non miracolistico, il prodigio con cui fece progredire la grande azienda condotta “con vigilantissima cura”, conciliando secondo il Menologio, per “tanti Lavoratori stavano sotto’l suo comando” il bene temporale con il bene spirituale, quasi fosse una sorta di esperimento comunitario basato sui principi ispiratori della Compagnia.     

La morte interruppe ogni tipo di prodigio cogliendolo nel pieno della sua attività quando, “benché si ritrovasse alquanto indisposto, e i tempi corressero disacconci”, non rinunciò ad una trasferta a Foggia per curare alcuni interessi della “Casa d’Orta”.  Un viaggio di lavoro.  In quella città fu colto da una violenta e improvvisa “febbre maligna” che in pochi giorni lo consumò.

Morì “con sentimenti di virtù segnalata, e in tutto consonanti con la santa vita, che menò per anni 57, quanta ne passò fra’l nascere, e ‘l morire“.   Estremo prodigio che ci lascia in consegna il suo agiografo, è che della sua improvvisa morte “parve che Iddio stesso volesse darne una riprova a persona confidente del servo di Dio, benché si ritrovasse in quel tempo circa a quattro cento miglia lontana“.  Non si dice chi; non riguarda comunque qualcuno legato alla sua patria, Santa Natoglia era più vicina.

Era il 12 dicembre del 1699.  Pochi mesi prima, l’8 di luglio festa di Santa Anatolia, in quel Convento che il giovane Cataldo mirava dalle finestre della sua casa, si era spento un altro uomo pio / servo di Dio, il cappuccino fra Giuseppe Pocognoli. ( cfr. Una semplice Storia umana).

Anche nel caso di Cataldo Pongelli siamo legittimati a considerare possibile il collegamento tra la sua figura di illustre gesuita e la presenza della tela di Kostka, il dipinto da cui siamo partiti; in questo caso siamo indotti a pensare al fratello primogenito, Gian Paolo (1633-1715) architetto-ingegnere anch’egli molto attivo nella storia locale sia per cariche che per opere pubbliche, tra cui anche una delle tante ristrutturazioni del Palazzo Comunale.

Non abbiamo al momento altre notizie di questi nostri concittadini, né tantomeno immagini.  Quel poco che abbiamo però può supportare una discreta considerazione delle loro vite, del loro passaggio.  Teniamoli a mente, quando ci capita di posare lo sguardo sull’estasi di Stanislao Kostka.

 

 

Bibliografia di riferimento:

p. G.A. Patrignani, Menologio di pie memorie d’alcuni Religiosi della Compagnia di Gesù dall’annop 1538 fino all’anno 1728, Tomo quarto, Venezia, Niccolò Pezzana, 1730

Atti e documenti vari dell’Archivio Storico Comunale di Esanatoglia 

Jura Familiae de Pongellis de S.Anatolia – Manoscritto Biblioteca Valentiniana – Camerino

G. De Vita (a cura di), Segni di fede a Orta Nova – Cerignola C.R.S.E.C. – Regione Puglia – Comune di Orta Nova, 2000 

A. Sinisi, I beni dei Gesuiti in Capitanata nei secoli XVII-XVIII e l’origine dei centri abitati di Orta, Ordona, Carapelle, Stornarella e Stornara, Napoli-Foggia-Bari, C.E.S.P., 1963

E. Gugliuzzo, G. Restifo, La piaga delle locuste: Ambiente e società nel mediterraneo d’età moderna, Napoli, Giapeto, 2014

 

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