Esanatoglia, ultima dimora

Alla pari dei “ritorni” che si tingono anche di struggente suggestione perché ci riportano alla circolarità della Storia, con le storie che rientrano e si ricongiungono, nel bilancio della vita di un piccolo paese contano molto anche le “venute”, i nuovi arrivi.  

Alla naturale curiosità nei confronti di qualsiasi arrivo, aggiungo un intimo sentimento di lusinga quasi personale nel vivere in un luogo dove si viene.  Dove si arriva per un motivo qualsiasi e, attratti da una o più cose qualsiasi, ci si posa, si resta, si sta.   Si arriva per esigenze materiali soprattutto, ma non solo.  L’esperienza ci insegna che queste nostre zone attirano anche per motivi meno concreti, per astrazioni dalla dura realtà. Innamoramenti sinceri o scellerati, passioni che sfuggono alle regole, fughe dal caos, capricci, casualità. C’è di meglio, è vero, ma il posto insomma, al di là di club e bandiere, non è male. Può piacere. E quando piace è una soddisfazione.

Solo luoghi capaci di esercitare questa attrazione possono sperare di vivere ancora. 

In teoria ogni nuova venuta dovrebbe essere una festa, accolta se non con solennità, almeno con gioia e con speranza, seppure sarebbe sufficiente una sincera tolleranza, evitando perlomeno i pregiudizi. Accordiamoci, come ultima spiaggia, su una decorosa sopportazione.   Complesso e ampio è infatti il ventaglio di sentimenti che suscitano i nuovi arrivi, le venute. Sarebbe lungo il discorso su come sono le accoglienze, estendendo il ragionamento anche a cosa portano e cosa producono in termini di contributo al territorio queste presenze intervenute; ma questo è un tema valido per tutti, anche per gli autoctoni, per tutti quelli che non sono mai andati, e quindi mai tornati. Avremo modo di parlarne.  Qui, ora, solo una noterella sul chi viene, che rappresenta sempre, comunque la si pensi e in ogni caso, un piccolo tassello della nostra storia. Entra a far parte del mosaico complessivo della vita che si disegna su questo lembo di terra.

Tra le venute degli ultimi decenni, una tra le più singolari fu quella di chi, non solo non aveva legami e rapporti pregressi con Esanatoglia, ma non sentì il bisogno di averli nemmeno dopo la scelta di eleggere il nostro paese come luogo di riposo per eccellenza, quello definitivo, l’eterno.   Nonostante la totale estraneità, scelse di esservi sepolto, anzi scelsero, perché erano in due.

Una coppia, capitata tra noi per i vaganti casi della vita, forse perché di famiglie originarie del maceratese:  Ananda Tucci e Vittoria Pompei.   Nel corso di una loro gita lungo l’entroterra della provincia ebbero modo di incontrare Esanatoglia, prima di allora a loro sconosciuta.   Piacque loro il paese, ne apprezzarono quelle che ormai tutti riteniamo consuete e riconosciute doti: la cornice dei monti, il centro storico, la relativa quiete, e via così…   Ma un qualcosa di speciale loro lo trovarono nel nostro piccolo Cimitero (all’epoca non ancora ampliato) al cospetto del monte Corsegno. Anzi, sembra che proprio il Corsegno rappresentò la molla da cui scattò la decisione che presero. Si badi, fu il monte l’elemento di attrazione, a prescindere dalla presenza dell’Eremo di San Cataldo; questo per noi può risultare strano, visto che ricorriamo alla sineddoche (una parte per il tutto), chiamando comunemente “sangatallo” il monte stesso.

Mi raccontò la signora Vittoria (così si usava chiamarla, per rispetto ma anche per il distacco che sembrava richiedere la sua abituale alterigia) che la decisione, quasi istantanea, fu di Ananda, ma che lei assecondò senza particolari indugi confidando nella abituale ispirazione e nelle riconosciute doti sensitive del marito.

Quando morirò mi vedo a riposare qui, in questo Cimitero, sotto a quel monte”. 

Senza tante particolari spiegazioni, lei accettò, e l’impegno divenne “Quando moriremo riposeremo qui, sotto a quel monte“. Nel frattempo avrebbero continuato a vivere altrove. Esanatoglia e il suo Cimitero potevano attendere.

Ananda e Vittoria si erano sposati a Roma, ormai non più giovanissimi, nel 1972. Lui era medico, lei aveva lavorato nella segreteria di Giorgio Almirante, segretario del partito neofascista del M.S.I. (Movimento Sociale Italiano).  Non tutti qui ritenevano quella quella voce del suo curriculum una credenziale particolarmente nobilitante (io ero tra questi); per qualcuno rappresentava invece un motivo di particolare ammirazione che induceva a un sovrappiù di rispetto e soggezione. Una volta in pensione intensificarono le frequentazioni della loro regione di provenienza, le Marche.  Ananda era legato a Macerata, Vittoria aveva radici a Urbisaglia dov’era nata nel 1912.   

Per introdurre i legami maceratesi di Ananda e delineare un tratto fondante della sua storia, nonché rimarcare il carattere un po’ speciale del personaggio (al di là della scelta che indirizzò su Esanatoglia), prendo in prestito un brano tratto da un libro del marchigiano Geminello Alvi (“Uomini del Novecento“, Milano, Adelphi, 1995):  “Marche è il nome della regione d’Italia più noiosa, quietamente occupata solo a bastarsi con prudenza. Tra le morbide colline giallastre lontana dal mare, percorsa da un’ironia sempre terragna, pignola, Macerata è di tutte le Marche la città più abitudinaria. Di tutta Macerata quei portici percorsi da quieti anziani che chiacchierano come d’abitudine coi tassisti sono i più ovvi e noiosi. A quei giovani di Ancona venditori di enciclopedie e libri usati che in un’estate di fine anni Settanta stavano accanto ai taxi aprendo le porte dei loro furgoni, pertanto, quel tale vecchio, in camicia bianca e sandali, parve un improbabile cliente.  Non gli badarono. Ma era costui, malgrado la tarda età, non solo poderoso, alto: aveva i capelli grigi raccolti a ciuffo in cima alla testa. E tutti i passanti, riguardosi, dicendo “professore”, salutavano. Allora i giovani del capoluogo, più estroversi, fantasticando forse di poter forse vendere l’enciclopedia di viaggi a rate, imbracciarono un volume e lo mostrarono a quell’anziano poco consueto. Costui declinò l’invito; cordiale, parlò di un figlio andato a raccogliere le mele e del tempo. Era l’ottantenne Giuseppe Tucci, universalmente, dagli anni Trenta, giudicato il più grande esperto delle religioni tibetane , studioso di indologia, sinologia e autore del viaggio più vero che mai un occidentale di questo secolo abbia fatto nel segreto Oriente. “

 

Ebbene, quell’uomo così singolare e speciale era il padre di Ananda Tucci.

Per chi non lo conoscesse e volesse farsi un’idea di chi sia stato Giuseppe Tucci, secondo me ingiustamente dimenticato da Matteo Parrini nel suo peraltro ottimo “I personaggi che hanno fatto grandi le Marche“, può godersi questo breve filmato promosso dalla Provincia e dal Comune di Macerata in occasione delle “Celebrazioni tucciane” 2001-2003:

Ananda nacque nel 1923 dalla prima moglie di Giuseppe Tucci, Rosa Di Benedetto quando il padre era Segretario alla Biblioteca della Camera dei Deputati a Roma. Dopo di lei il Professore si sposò altre due volte, l’ultima nel 1971, appena l’anno prima che suo figlio convolasse a nozze con Vittoria Pompei.

La passione per l’Oriente era stata coltivata da Giuseppe Tucci fin dai suoi primi studi; questo spiega anche il nome di Ananda, che in lingua Indi sta significare la quintessenza della gioia, la felicità che si fa beatitudine.

Da alcuni racconti, pare che la presenza di una figura paterna così particolare, esercitò su Ananda un ascendente che si concretizzò in una spiccata vocazione alla spiritualità e una naturale attenzione agli aspetti mistici che egli tendeva a ritenere dispersi nella realtà delle cose.   Questo potrebbe spiegare anche la scelta della sua ultima dimora, ispirata dalla presenza di un monte in cui avrà forse ravvisato un potente richiamo, magari legato all’immagine archetipica della piramide che il Corsegno lascia intravedere dalla prospettiva visuale del Cimitero.

Non avendo egli vissuto a Esanatoglia non disponiamo di ricordi, documenti, tracce, nulla. La sua ‘venuta’, la definitiva, quella che aveva programmato, coincide con la sua morte avvenuta il 21 ottobre 1990, all’età di 67 anni.

Come stabilito, venne a riposare nel nostro Cimitero, in un loculo che è in fronte al Corsegno, la cui sagoma si rispecchia nei vetri che riparano la lapide che lo ricorda.

la ‘vista’ sul Corsegno…

Due anni dopo la vedova Tucci, ormai ottantenne, ritenne di avvicinarsi all’ultima meta e si stabilì a Esanatoglia, dove visse i suoi ultimi anni integrandosi abbastanza nell’ambiente. Molti la ricorderanno certamente. 

Una notazione personale che ha però ha risvolti più generali, mi porta a ricordare che per un periodo ebbe anche frequentazioni in casa di mia madre; in occasione di una delle sue visite ebbe modo di parlarmi del consistente patrimonio librario di suo marito (prevalentemente di genere medico-scientifico, ma comprendente anche testi e documenti del padre, il Prof. Giuseppe Tucci) che stava valutando di donare al Comune.  Le dissi che l’intenzione le faceva onore e che sarebbe stato un grande onore e un dono prestigioso anche per noi.  Non c’era che da proporre. Tempo dopo lo fece.  Purtroppo l’incontro con l’allora Sindaco Pizzi, come ebbe modo di raccontarmi lei stessa, non andò bene.  L’ego alquanto marcato di Vittoria Pompei, che contava di venire accolta con un entusiasmo adeguato al valore (culturale) della sua proposta, e perché no anche un po’ adulata, si scontrò con l’ego altrettanto marcato del Sindaco, non sempre in sintonia cogli aspetti non immediatamente produttivi e remunerativi della vita, avvezzo com’era a calcolare altri tipi di valori.  Le parve che il primo cittadino, quasi a voler sminuire il valore della figura e dei viaggi di Giuseppe Tucci di cui lei aveva provato, inascoltata, ad accennargli, non fosse capace, o almeno disposto, a comprenderne l’importanza.  Tanto è vero che egli orientò il discorso sui viaggi suoi nel ‘suo’ Oriente, in particolare in una delle tante repubbliche nate dal dissolvimento dell’URSS e raggruppate nella Federazione Russa, dove sosteneva di essere stato insignito di non si capiva bene quale carica onorifica e dotato perciò, come riconoscimento, di una sorta di scimitarra in “similoro” tempestata in “simildiamanti” che senza alcuna remora le mostrò sfilandola da un cartoccio di giornali scritti in caratteri cirillici. Capitava. Quel ‘gingillo’, insieme alla sua ‘storia’, girò per diverso tempo in Comune; non ne sono l’unico testimone…

Nonostante l’impegno a risentirsi, l’incontro fu un fiasco.  Non scattò quindi la scintilla e, ahinoi, della donazione non se ne fece nulla.   La signora Vittoria risolse di destinare altrove quel prezioso patrimonio.  Chiuso. 

Vittoria Pompei morì il 5 settembre 1999 e prese posto a fianco di Ananda Tucci, in un loculo protetto da vetri dove continua a riflettersi il Monte Corsegno, così come avevano deciso molti anni prima.

 Tasselli…

 

One Reply to “Esanatoglia, ultima dimora”

  1. Anonimo ha detto:

    si, che la ricordo

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