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I Cilla: una famiglia musicale

Premessa

 

Io penso che in questo paese, parlo di Esanatoglia (non è una novità, da lì niente mi schioda, anche se ultimamente sto valutando di buttarmi, come molti, sulla geopolitica planetaria), ci sia una particolare predisposizione per la musica.  Non è facile accorgersene perché manca una visione d’insieme, di prospettiva storica, che consenta di abbracciare con uno sguardo un ampio arco di tempo in cui di tante vicende umane i contorni risultano ormai sfumati, quando non addirittura del tutto cancellati, e le vicende evaporate, svanite.  Tante storie che nessuno ha tenuto a mente e le cui tracce, più o meno deliberatamente, sono state ignorate.   Un lento e continuo processo di smemorazione che, a ben vedere, prosegue ancora oggi (e non solo in quest’àmbito…).   Tutto ciò a fronte di una concentrazione di vite dedicate alla musica, o comunque fortemente caratterizzate e segnate dalla sua presenza, in una misura tale che penso sia molto al di sopra della media riscontrabile altrove.  Sarebbe interessante una indagine statistica.  Ci sarà modo di approfondire, man mano che proseguiremo nel racconto di queste presenze di musicisti, musici e musicanti che compaiono nella nostra lunga storia.  

Iniziammo a occuparcene volutamente in sordina, partendo da un musicante, un chitarrista che precipita mortalmente da una finestra mentre strimpella al chiaro di luna (vedi).  Poi con Milanuzzi che, per produzione e risonanza, può essere considerato il musicista di maggior spicco (vedi).  L’articolo di  Stefano Angeletti Raisiej, ospitato nel blog (vedi), ha aperto una pagina sul Maestro Mario Rinaldini che qui comparirà a conferma dell’importanza che ebbe nella crescita della cultura e della pratica musicale locali.   Il lavoro continua, altre sorprese non mancheranno.  

 

Introduzione

Ora, sto provando a ricomporre una storia, una di quelle che possono indurre a riflettere sul trascorrere del tempo, sui destini degli uomini, su tutto ciò che insieme col tempo, inesorabilmente ci sfugge.  Vite minuscole, che crescono a dispetto di ogni ostacolo, di ogni impiccio, di ogni incomprensione, e che prendono spessore, si consumano e scompaiono, si nascondono.  Per poi ricomparire, casualmente o per l’ostinazione di qualcuno (sempre casualità), e liberarsi di nuovo andando incontro ad altri destini.  Una giostra infinita, di cui ignoriamo la cadenza dei giri e gli scenari che ad ognuno di essi ci si presenteranno.

Moderiamo i toni e, senza abbandonarsi a insondabili profondità, limitiamo le pretese di questo modesto tentativo alla semplice conoscenza di una pagina di storia locale;  un contributo al riconoscimento di una peculiarità nostrana che ha anche il pregio di raccontarci un po’ dell’oggi.  Fino alla noia ribatterò sull’insulso trattamento riservato proprio al citato Carlo Milanuzzi che, vittima di una sorta di “damnatio memoriae” (vedi), nonostante tanti balbettii, continua ad essere ignorato dai locali organi istituzionali (è lì, dopotutto, che si può anche decidere chi è da ricordare e chi no, chi è da ritenersi “illuminato” e chi invece va spento, quali sono i “crediti” e i “debiti“, chi o cosa va portato in palmo di mano e chi messo all’indice) e dai collegati sedicenti amanti della musica organistica et similia.  Incomprensibile e riprovevole.

Anche nel caso di cui si parla, inframezzata alle vicende della vita, emerge una discreta dose di frustrazione e conclamati esempi di mancato riconoscimento.

 Ma andiamo con ordine.  E proviamo a raccontare. 

 

Vocabulo Rocche seu Paradosso

Occorre intanto che vi faccia entrare in quell’agglomerato denso di case separate da un reticolo di vicoli incrociati che oggi conosciamo come “la Rocca” e che quando a inizio novecento si volle dare un po’ d’ordine alla toponomastica, in questo caso razionalizzandola all’estremo, vennero distinti in “Rocca A”, “Rocca B”, “Rocca C” e “Rocca D“.  Pativamo, noi “de la Rocca”, lo sprezzo con cui altri (spiazzaroli?, pievaroli?) dileggiavano gli abitanti delle rispettive vie distinguendoli in: Animali, Bestie, Cani e Diàuli. S’era purtroppo già perso allora il suggestivo e storico nome che per secoli aveva contraddistinto quell’intera zona che dalla torre di avvistamento (‘lu Roccó‘) scivolava giù verso la parte bassa del paese: lu paradóssu (paradosso).

Era infatti il paradosso (o paradorso) nel gergo dell’architettura militare il riparo di terra, naturale o artificiale, parallelo alla linea di difesa.  Nel nostro caso il paradosso era il declivio di quella parte di monte sul cui culmine era stato costruito un tratto della cinta muraria. Da ciò il nome a quella che oggi conosciamo più genericamente come “la Rocca“.

 

Contrada Paradosso” in un documento del 1598

… “Voc. Rocche seu Paradosso” Vocabolo Rocca ovvero Paradosso, ancora nel 1730

 

Così fu per secoli, e fino a che agli inizi del ‘900 la zona non venne perforata e stravolta dall’apertura della nuova strada (la Strada Nuova appunto), lu Paradossu era rinserrato nell’intima protezione delle antiche mura castellane e ribolliva di vita alimentata dalla presenza di orti e botteghe.

Due fabbri ferari, due carzolari, un vigonciaro, un fusaro, una mescita di vino, diverse sarte e sartine, una tessitrice e un falegname.  All’epoca di cui si parla, metà dell’Ottocento, queste erano le botteghe e le arti che davano vita a quei vicoli che risuonavano di voci, rumori, persino canti.

Dovrei ora riuscire a far emergere, isolandolo da quell’indistinto frastuono, il canto di una giovane voce che viene proprio dalla falegnameria; la voce di un ragazzo ch’è intento al suo lavoro e canta accompagnandosi con la raspa con cui gratta un legno, ‘n bàcculu d’órnéllu, per farne, chessò, il gambo d’una seggiola, la cornice di un’anta.   Raspa e canta, canta e raspa.  Fischia pure e imita strumenti musicali: la tromba, il trombone, persino i piatti. 

 

Gaetano (1835-1908)

Si chiama Gaetano, Gaetano Cilla.  Sta a contatto con il legno da quand’era bambino; è cresciuto nella bottega del padre, Filippo (1805-1879), che non condivide del tutto la passione del figlio per quella che ritiene una continua lagna.  Lo fa spesso sbuffare l’avere tra i piedi uno spiritato per la musica, già che quel suo lavoro di falegname lo vive come un ripiego, quasi una condanna, dopo che il padre-padrone Antonio, alias “lu Faraone” (così lo chiamano e così lo troviamo registrato anche nell’elenco dei membri della Guardia Nazionale al tempo dei francesi nel 1808), aveva deciso che la sua storica attività di ‘procaccia‘ (il moderno postino) sarebbe passata all’altro figlio Luigi.  Uno solo era il cavallo, uno il calesse; l’attività era quella che era e non poteva ‘fà ffumà più dé ‘n gaminu‘. 

Sarebbe stato quindi Luigi, il primogenito, a portare avanti quell’attività che era, da ormai alcune generazioni, come un marchio di famiglia; da questi si sarebbe poi sviluppata una discendenza che, ancora di generazione in generazione, sempre nello stesso settore fatti salvi i progressi delle tecnologie, sarebbe arrivata ai giorni nostri, o almeno all’altro ieri, con l’indimenticato “Gigino lu póstìnu” (Luigi Cilla 1929-2016) e, perché no, anche all’oggi con suo figlio Paolo (è autista di autobus di linea, e anticamente il ‘procaccia’ e il ‘postiglione’ erano attività affini e spesso sovrapposte) e con Jennifer, nuovo volto locale di ‘Poste Italiane’, che nell’ascendenza atavica materna rientra in quella linea familiare.

A Filippo, a compensazione, era andato l’atterrato della casa paterna dove, con un po’ di sostegno economico, avrebbe avviato una falegnameria rilevando un po’ di attrezzatura da un loro parente. Così era andata. Non bene insomma, rifletteva spesso Filippo, e intanto quillu ‘ttulà candàa…, raspava e cantava.  

 

La musica

Le mutate condizioni politiche e sociali dopo le vicende della Repubblica Romana del 1848-49 obbligavano il redivivo Stato Pontificio ad affrontare alcune novità nelle evoluzioni del costume, della cultura, della vita, e imponevano qualche timido tentativo di apertura al nuovo.  Può rientrare in questo clima di apertura anche l’intensificarsi un po’ ovunque dell’interesse per la musica, in particolare per la didattica e la formazione maifestato da molti pubblici consessi. Tutto ciò si sarebbe tradotto nella promozione della pratica musicale di base che portò in tanti centri minori allo sviluppo dei Concerti Civici, delle Filarmoniche, delle Bande Musicali.

La tradizione musicale santanatogliese aveva precedenti illustri. Talenti sbocciati dal nulla. Ora si trattava di costruire un interesse ed una pratica più ampia, generale, magari non più riservata solo a pochi privilegiati.

C’era una sorta di attesa, alimentata anche da segnali, da episodi che come sempre accade, possono influenzare segretamente la storia senza che ce se ne accorga.  Come esempio di ciò, ricordo un fatto, un evento per qui straordinario, che non si può sottovalutare.

Proprio nel 1849, all’indomani del ripristino dell’ordine pontificio garantito dagli austriaci, controllati e annotati in un rapporto della Polizia locale per conto del Governatore di Matelica da cui in quel frangente dipendevamo, quattro forestieri, reduci da Fabriano, arrivano non si sa come a Santa Natoglia.  Sono il Maestro Maurizio Gondy Dray, la moglie e i due figlioli, Gavino 18 anni e Giuseppe 13 anni, la stessa età di Gaetano. Tutti violinisti.  I figli in particolare sono considerati fin da piccolissimi due ‘enfants prodige‘ ed esibiti come tali in molte piazze dei vari stati d’Italia. Tutti sono soliti esibirsi in teatri di livello come il Teatro Ducale di Modena e in altri teatri in particolare piemontesi: Torino, Cuneo, Ivrea.  Si trattengono per alcuni giorni tenendo ben tre concerti nella “Sala Comunale“.  Un evento che avrà certamente destato chissà quale interesse, quale stimolo per gli appassionati.  Amiamo immaginare che anche il giovane Gaetano Cilla, solo enfant, senza prodige, ma fortemente attratto dalla musica, abbia potuto assistere ad una di queste esibizioni e ne abbia ricevuto linfa per la sua passione.

Di sicuro avranno assistito i maggiorenti della comunità che facendo tesoro delle emozioni suscitate da quella straordinaria occasione avranno saputo raccogliere le sollecitazioni di quanti ormai andavano, in vario modo, reclamando musica.  Forse un inconsapevole surrogato di altri reclami, di altre richieste al tempo o precluse o comunque ancora di là da venire, almeno da queste parti.  Aveva appena cominciato ad aggirarsi per l”Europa quello spettro che avrebbe raccolto e organizzato richieste e reclami…

Il momento per aprirsi ufficialmente alla musica venne il 19 marzo 1852, quando il Consiglio Comunale di Santa Anatolia delibera di istituire una Scuola di Musica.  Il Priore Benedetto Brasca Bartocci, a cui per il suo fisico e il suo ruolo viene da attribuire voce stentorea, esordisce in questo modo (non siamo ancora al consumato, impalpabile e del tutto incomprensibile “la musica linguaggio universale dell’anima” con cui oggi si tende a presentare ogni manifestazione musicale da strapaese, di qualunque musica si tratti, ma si sofferma su elementi funzionali e motivazioni più pratiche e pedestri, sincero specchio dell’epoca):

La Musica è una delle più belle e pregievoli Arti che adornano la Società civile, le Funzioni di Culto, e occupa lodevolmente la Gioventù, e rende pur anche il sostentamento delle famiglie di coloro che si dedicano di proposito alla medesima. È pertanto, che l’amore della Patria, che deve essere amore ad ogni Cittadino muove l’interessamento di questa pubblica Rappresentanza di proporre la istituzione di un Maestro di Musica in questa Terra con l’obbligo di prestare principalmente servigio alla Chiesa in occasione delle Festività dei SS. Protettori, e di fare due Allievi miserabili sempre gratuitamente nella musica vocale e strumentale, da destinarsi e nominarsi dal Pubblico Consiglio, il tutto come da analogo Capitolato da stabilirsi.

Così è verbalizzato nella delibera che viene approvata a pieni voti.

 

Il primo Maestro di Musica incaricato fu un personaggio di notevole spessore e di grande esperienza, il fabrianese Mario Rinaldini (Fabriano 1804 – Esanatoglia 1858).

Nel commentare l’articolo di Stefano Angeletti Rasiej, sostenevo che la presenza e l’insegnamento del Maestro Rinaldini costituirono una vera e propria svolta nell’educazione musicale degli appassionati locali e che la sua nomina fu il primo passo per l’affermazione di quella passione che, ampliandosi, culminò anni dopo con la nascita della prima Filarmonica e quindi della Banda Musicale.  Avremo in tempi più recenti altri personaggi, di cui ci occuperemo, che per le loro peculiarità e il lungo e intenso rapporto col territorio, hanno lasciato una forte impronta sullo sviluppo della passione musicale negli esanatogliesi: il M° Oreste Dragoni e il M° Fabrizio Ottaviucci. 

Torniamo a Gaetano che, alla notizia dell’istituzione della Scuola, scalpita, si entusiasma all’idea e strappa al padre il permesso di iscriversi alla Scuola, ovvero di fare domanda perché, è ovvio, Filippo non sgancerà manco mezzo baiocco per quella che ritiene una insana passione, roba da signori; dovesse rientrare tra i “due Allievi miserabili“, ammessi alla gratuità, allora se ne potrà parlare.  Intendiamoci, il “miserabile” non equivale al morto di fame; era riferito a chi non superava una particolare soglia di reddito. Vi rientravano sì anche quelli in vera miseria che vivevano di accattonaggio (ancora ve n’erano e non pochi), ma anche onesti e modesti artigiani come Filippo che vivevano del loro lavoro e non riuscivano a rientrare nella categoria degli “abbienti“.  Di “miserabili” così in paese ce ne erano a iosa, ma in quell’ambiente non risultava particolarmente diffusa la passione per la musica; figuriamoci, ci si doveva appassionare già per campare.  Così, con poca concorrenza, Gaetano risulta tra i prescelti.

 

Nonostante il comprensibile fervore iniziale, l’esperienza non è delle più felici.  La frequentazione della Scuola risulta molto impegnativa: tre giorni a settimana per diverse ore, più esercitazioni e lo studio a casa, con un Maestro per di più molto esigente.  Dopo diversi mesi Gaetano inizia a saltare le lezioni e non partecipa più assiduamente; il padre impone che il lavoro venga prima degli impegni musicali.  Dopo varie reprimende da parte del Maestro, viene definitivamente escluso, lo prevede il regolamento. 

Un duro colpo che soffocherà per sempre la sua voce e il suo possibile talento, anche se la passione continuerà a covare nel suo intimo.

Torna alla sua consueta vita da artigiano, riponendo la musica definitivamente, almeno come esibizione pubblica.  Pur avendo acquisito i rudimenti di base necessari, non comparirà mai nelle varie formazioni del Concerto Civico che si alterneranno negli anni successivi. Manterrà il suo carattere brioso e a volte irrefrenabile come quando gli capitò di rendersi responsabile, insieme a un suo compare, di una sceneggiata nella pubblica piazza, in musica e versi, con tanto di costumi e maschere, organizzata per dileggiare e insolentire la giovane Zenaide Bartocci, serva piorachese di tal Santaroni, e forse oggetto inarrivabile di suo desiderio, accusata falsamente d’aver nascosto una gravidanza indesiderata e di aver poi “abbortito” (quando si diceva “te pubblico la casata“…).   I molestatori misero in subbuglio il paese, ma se la cavarono con un semplice richiamo da parte della Regia Giudicatura Mandamentale di Matelica.

La vita allegra da scapolotto gli dura un bel po’ per lo standard dell’epoca.  Si ravvede superati abbondantemente i trent’anni, prima che per gli uomini scatti l’ingresso nella categoria degli “‘rmasti“.  Dalla relazione con Francesca Panichelli, figlia di fornaio, e fornaia anch’essa, e anch’essa un po’ in là con l’età (ha 31 anni, e per le donne all’epoca si era già nella categoria delle “‘rmaste”), nasce fuori dal matrimonio e quindi figlio di “donna nubile che non intende comparire”, un bambino a cui viene dato il nome di Elia.  E’ il 20 novembre 1871.  Il bimbo vive con la madre nella casa di via Innocenti e Gaetano resta su la Rocca.  Ma l’unione, seppur non consacrata dal matrimonio, diviene effettiva e l’anno dopo nasce anche Serafina (che nel nome ‘rellea’ la sua nonna paterna, Serafina Franchetti, la moglie de “lu Faraone”).

Di fatto la coppia si accasa sempre più e il rapporto si stabilizza.  Intanto, nell’aprile del 1875 nasce un altro maschietto; l’evidente predilezione per i profeti biblici gli assegna il nome di Isaia.  E’ ormai ora di regolarizzare la situazione e il 21 febbraio del 1876, Gaetano e Francesca si sposano; così Elia, Serafina e Isaia vengono ufficialmente legittimati dalla loro madre naturale.

La serenità della famiglia è scossa a fine anno dalla morte del piccolo Isaia, ad appena un anno e mezzo di vita.   Il tempo di elaborare il lutto e Francesca è di nuovo incinta.  Nell’agosto dell’anno successivo nasce un altro maschio, riprovano con Isaia.  Il parto è difficile; complicazioni serie per il nascituro e soprattutto per la madre che muore dopo 23 giorni dal parto.  Il neonato la raggiungerà neanche dopo due mesi.

Gaetano resta così solo con due figli piccoli: Elia e Serafina, sei e cinque anni.

Serafina crescerà in fretta, mescolando ruoli per accudire gli uomini di casa: figlia, sorella, madre.  Poi, appena può, diviene anche moglie, di un tal Tozzi con cui, proseguendo nella tradizione biblica della famiglia, tra i vari figli avrà Zecchiele, Ruth e Noemi (quest’ultima, austera e altera signora, qualche mio pari età ancora la ricorderà).

L’interesse e gli sforzi educativi e economici del padre si concentrano su Elia.  

 

Elia (1871-1940)

Gaetano riesce ad evitare quanto capitato a lui.  Le indecifrabili e non sempre scontate combinazioni tra ambiente e ereditarietà fanno sì che Elia cresca con una spiccata attrazione per la musica.  E il padre non lo ostacola, tutt’altro.  Con notevoli sforzi asseconda i suoi talenti e lo fa studiare, dapprima con lezioni private, quindi consentendogli con molti sacrifici di frequentare prima il Conservatorio e poi l’Accademia Santa Cecilia di Roma, dove viene ammesso sul finire del secolo.

 

Nel frattempo, dopo l’aureo periodo iniziale del Concerto Civico, merito di una scuola ben strutturata che con il Maestro Sante Taccaliti di Jesi, erede del Rinaldini, contava 21 elementi che tutti i giorni, dal lunedì al sabato, dalle 8,30 alle 11,30 e dalle e dalle 14 alle 17, si alternavano  in tre 3 lezioni ciascuno della durata di mezz’ora, le cose vanno gradualmente cambiando.  Più che altro cambiano gli uomini alla guida della Comunità.  Altri interessi, altre sensibilità.  Dopo il M° Taccaliti che non rinnova il contratto, nell’agosto del 1884 si procede a indire un nuovo bando a cui rispondono in 15, da ogni parte d’Italia.  Ma all’atto dell’incarico, tutti rinunciano, uno dopo l’altro, probabilmente perché il contratto viene limitato a soli due anni e perché si rendono conto che in prospettiva le intenzioni della Amministrazione non sono incoraggianti.  Non è difficile intravedere una smobilitazione.  Viene allora incaricato ad interim chi, scherzi dei nomi, sembra essere l’unico sulla piazza disponibile a dare credito ai nostri amministratori, il napoletano M° Giuseppe Avallone. 

Allo scadere del suo incarico al 31 dicembre del 1887, la Giunta comunale, confermando quanto molti temevano, riguardo all’onere per la Scuola di Musica, propone al Consiglio che  “siccome le finanze comunali non permettono di poter sostenere per ora tale spesa facoltativa, ne propone la soppressione”.   Il Consiglio approva all’unanimità.  

La cessazione della Scuola di Musica si ripercuote sul Concerto Civico o Banda Musicale che dir si voglia.  In breve il consesso musicale si sfalda e smette la sua attività.  Una situazione che durerà per molto tempo, come testimonia l’assenza di documenti e il fatto che, ancora nel 1905, una Festa della Società Operaia di Mutuo Soccorso, con annessa tombola, risulta “allietata dalla Banda Musicale di Matelica e di Camerino“.  

Per cercare di ovviare a questo vuoto, Elia Cilla, studente d’Accademia, attaccato al suo paese quanto alla musica, si offre, chiede, implora in una lettera del 1898 che vale essere trascritta per intero:

Ill.mo Sig. Sindaco di Esanatoglia

Negar non potesi che, altri Comuni, quantunque addebitati, ancora mantengano la spesa pel Maestro di musica o Direttore di concerto.  Nascondersi no devesi che piccoli Castelli e microscopiche Borgate “a noi limitrofe” posseggano un conduttore o istruttore di Fanfara, mentre poi il nostro Comune da anni ed anni più non stanzia in preventivo la Spesa per tale oggetto.  Eppertanto il sottoscritto con l’animo di istruire giovanetti che mostrano genio per la musica, e di non vedere distrutta la società filarmonica, che man mano va dileguandosi, supplica la S.V. Ill.ma onde vengagli accordato un compenso, benché tenue, a discrezione della S.V.Ill.ma e di quanti altri Le sono compagni nella pubblica Amministrazione.   Rassicura in pari tempo che Esso si mostrerà premuroso ed instancabile da doversene riconoscere un indiscutibile risultato.   Intanto spera che, ecc. ecc. ecc.

Esanatoglia 2 ottobre 1898

Della S.V. Ill.ma Umil.mo Devot.mo Servo. Cilla Elia

 

Non ottiene nulla. Non risulta nemmeno una risposta.

Torna alla carica alla fine dello stesso mese con un’altra lettera (stavolta risparmiando almeno il bollo) in cui precisa lo scopo che lo anima:

[…] Gli posso assicurare che di giorno in giorno la mia vita si sente sempre più il bisogno di lavorare in opera di Musica, mediante la nuova scuola intrapresa nella R. Accademia di S.Cecilia, sarà il cibo dell’anima mia organizzare un corpo musicale degno della convenienza, possedendo un semplice appoggio Comunale.“.  

Di nuovo nulla, l’Archivio Storico non ci restituisce alcuna risposta a queste suppliche.

Quello che non gli riconosce Esanatoglia, lo ottiene invece a San Lorenzo in Campo (PU) dove viene nominato Maestro di Musica e dove si trasferisce con la moglie, la sarta esanatogliese Teresa Perelli.   E’ la prima tappa dell’allontanamento dal nostro paese.

 

M° Elia Cilla nel 1927

Elia non interrompe comunque i contatti con la sua terra d’origine ed è nell’ordine delle cose che il suo primo figlio nasca qui, nella casa del nonno, in Via Rocca 43.  E’ il 18 gennaio 1906.   E’ nato un altro musicista.

Sarà proprio il nonno ormai settantenne a presentarsi orgogliosamente in Comune per iscriverlo come esanatogliese.  Gaetano presenta… Gaetano. 

 

Gaetano (1906-1972)

Per il primogenito del Maestro Elia è un po’ più facile.  In casa si respira musica.  Ha quasi un destino segnato.  Lui studierà al Conservatorio Rossini di Pesaro, allievo stimatissimo di Amilcare Zanella; la sua vita si svolgerà lontano da Esanatoglia dato che nonno Gaetano, colui che, è il caso di dire, aveva dato il la a questa dinastia musicale, morirà due anni dopo la sua nascita e in paese non resterà che una sola parente stretta.  Nessun altro motivo legava ormai la famiglia di Elia Cilla ad un paese che lo aveva rifiutato.

Esanatogliese di origine ma ormai di fatto estranea al nostro paese, la famiglia tutta si allontanerà sempre più verso altri luoghi; i diversi spostamenti professionali del capofamiglia e circostanze varie, rendono difficile la ricostruzione della vicenda umana e di quella artistica.

Non sappiamo perché e quando si trasferiscono a Morro d’Alba, nell’entroterra jesino, ma è lì che trovano una seconda patria.  E’ lì che Elia Cilla muore nel 1940; lì è sepolto in una cappellina sul cui ingresso campeggia come epigrafe il motto “MUSICA EST IMAGO ANIMAE” che è anche il titolo di un libretto in cui lui espose il proprio credo musicale e che purtroppo non è stato concesso di vedere: la musica è l’immagine dell’anima

 

Cimitero di Morro d’Alba – Tomba di Elia Cilla

Di Gaetano sappiamo che dal 1928 al 1931 fu Maestro di Cappella e Direttore del Concerto Bandistico di Offida (AP), e che nel frattempo proseguì il suo percorso di studi in “composizione e direzione d’orchestra” che completò nel 1932.

La sua figura emerge nel periodo della lotta di Liberazione dal nazifascismo.  E’ una presenza attiva nel Comitato di Liberazione Nazionale della zona di Morro come Partigiano Combattente con il grado di Tenente.  Sarà proprio il C.L.N. che, all’indomani della Liberazione, lo nominerà Sindaco di Morro d’Alba.   Resse l’incarico per un paio di anni, fin quando, sembra per dissapori politici, rinunciò a presentarsi alle prime elezioni amministrative e chiuse con l’impegno politico diretto.  Tornò a dedicarsi interamente alla musica, che di lì a poco gli avrebbe regalato non poche soddisfazioni.

La svolta nella sua vita e nella sua carriera artistica, l’ebbe nell’autunno del 1951, quando arrivò nella ex Jugoslavia per una serie di concerti.  Qualcosa evidentemente scattò, in lui e nelle istituzioni musicali jugoslave, tant’è che  il 1° aprile 1952 fu nominato Direttore permanente dell’Opera del Teatro Nazionale di Spalato (oggi in Croazia).  Dopo tre anni di successi e di apprezzato lavoro fu incaricato di dirigere l’allora ancor più prestigiosa Opera Nazionale di Novi Sad, città che oggi è in Serbia e dove decise di stabilirsi definitivamente.

Il suo repertorio di direzioni prevedeva principalmente opere di compositori italiani (le principali opere di Verdi e di Rossini in particolare) di cui aveva un’ottima conoscenza al punto che, con straordinaria memoria musicale, sembra le dirigesse tutte senza l’ausilio di spartiti. 

Una citazione espunta da una critica lo definisce capace di “affascinare l’ensemble d’opera con il potere della sua individualità artistica e del suo gesto suggestivo“; affascinò anche, facendosi a sua volta affascinare, la affermata attrice serba Ljubica Ravasi che sposò e con cui convisse fino alla sua morte.

Ljubica Ravasi (1916-1995) in costume di scena

 

Fu lei stessa a riportare in Italia le spoglie del Maestro, morto improvvisamente a Novi Sad il 20 maggio 1972, a soli 66 anni e ancora nel pieno della sua attività artistica, per essere tumulate nel cimitero di Morro d’Alba.

 

Cimitero di Morro d’Alba – Tomba di Gaetano Cilla

 

 

Ed è in una casa che si affaccia sulla piazza di questo piccolo comune tra le valli racchiuse dall’Esino e dal Misa, che sono conservati i ricordi, i documenti e le opere che raccontano una buona parte della vita dei due musicisti, padre e figlio.  Sono purtroppo segregati e secretati da una custode tanto gelosa quanto bizzarra, la nipote di Gaetano (figlia di Livia una delle tre sorelle del Maestro, le altre due furono Maria e Carmelita) che dopo qualche primo apparente cedimento alle mie insistenze (anche attratta dalla promessa di ricevere in cambio un introvabile disco con le musiche dello zio, da me reperito a Belgrado, nella attuale Serbia) ha risolto di chiudersi a riccio e trincerarsi dietro una assoluta volontà di riservatezza dettata dal “non voler riesumare i morti”.  Ha eretto un muro, lo stesso che da sempre vuole che la separi dal paese in cui vive, molto appartata, e da cui sostiene di aver ricevuto solo torti.  Difficile insistere.

Un vero peccato perché avremmo potuto documentare quella sorta di forziere che, secondo la Bibliografia dei Musicisti Marchigiani , custodisce:  “Musiche autografe di Elia Cilla e del figlio Gaetano .  Le musiche di Elia Cilla comprendono principalmente composizioni sacre, brani per banda con titoli descrittivi, per canto e organo o armonium, e 2 operette, “Un vecchio corbellato” e “Mignonè Fanfan”, per un totale di 64 manoscritti e 4 stampe.   Le musiche di Gaetano Cilla comprendono 9 composizioni per pianoforte (soprattutto danze), 5 per organo, l’opera “Anna d’Austria”, oltre a 8 trascrizioni e 15 armonizzazioni di musiche di E. Cilla; l’Archivio possiede inoltre manifesti, circa 20 lettere e una decina di articoli di giornali e periodici italiani e stranieri riguardanti l’attività di Gaetano Cilla come direttore d’orchestra.”   (MRAcardinali MORRO D’ALBA, Archivio privato Antonio Cardinali, in Archivio Musicale Marchigiano).

Tutti documenti che, considerate le premesse, non si sa a quale fine siano destinati; la bizzarra e imprevedibile erede ha candidamente confessato che tempo fa è stata sul punto di seppellire il baule con tutti il materiale all’interno della tomba ipogea di famiglia.

Comunque la ricerca continua e speriamo di poter aggiungere dettagli alla vita dei Maestri Elia e Gaetano Cilla, per ricostruire con maggior nitore il ricordo di una straordinaria famiglia di musicisti che non possiamo non sentire anche un po’ nostra e che avvalora l’esistenza di quella che vogliamo e possiamo ritenere una particolare inclinazione locale, una sorta di “genio musicale esanatogliese“.  

 

 

 

Per ora, il vinile giuntomi con plico da Belgrado, promesso alla erede in cambio di notizie, m’è rimasto in mano, e in un raptus evocativo, abbandonandomi a ritualità istintive, mi sono concesso di utilizzarlo per far risuonare la musica di Gaetano Cilla nei luoghi stessi che furono culla sua e della sua famiglia.  Così, anche come suggello di questo… “paradosso“, stavolta da intendersi in una diversa accezione, una ormai desueta, quella letteraria: “breve narrazione di fatti straordinari o aneddoti bizzarri tratti dalla natura e dalla storia“.

 

3 Replies to “I Cilla: una famiglia musicale”

  1. Luca Ruggeri ha detto:

    Pino Bartocci, con la tua coraggiosa ricerca ed analisi delle dinamiche che segnano le vicende umane, sei l’antidoto alla cultura dell’indifferenza diffusa nella società del benessere, anche di Esanatoglia. Un contributo prezioso, un contrappunto, un controcanto, dei fuochi essenziali quanto il tema principale eseguito dal resto dell’orchestra!

    • PinoBart ha detto:

      Questo scrive Luca che, per quel poco che ne so, è un coraggioso e colto appassionato di musica, nonché animo sensibile ai guasti dell’indifferenza e della capronaggine. Mi lusinga, forse un po’ troppo… Grazie Luca!

  2. Anonimo ha detto:

    forte

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